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Qoyllurrit’i

La strada è bloccata. Autobus, macchine e camion come relitti di una società dismessa. Le genti salgono il monte, nella notte. Lo stretto sentiero, come un fiume che a ritroso brama un nuovo incontro con la fonte. Le baracchine con mate, caldo e panini accompagnano per un po’ l’ascesa, poi solo sabbia e ciottoli lungo il sentiero.
Nel cordone di pellegrini alcuni gruppi in costume, delegazioni ufficiali di chissà quale recondito affratto sagrado, suonano vari tipi di strumenti fermandosi riverenti ad ognuna delle croci che costellano la via.
In questi momenti “raccogliersi” è quasi d’obbligo, così togliersi i cappelli, diminuire le ciarle e mostrare un po’ di rispetto. Questo non impedisce ad alcune sporadiche figure di avvolgersi in coperte e piumini cercando rifugio dalla stanchezza e dalla notte di fianco a questi umili santuari ed ai ceri dei devoti.
La luce nel cielo inizia a mutare mostrando i neri contorni delle alte montagne. Come lucciole in contemplazione i segni del paesino si dissolvono giù in basso, mentre i polmoni faticano a stillare molecole d’ossigeno da queste alture ormai prossime ai 4000. Ora che il quadro si ravviva con l’imminente venuta del sole il grande serpente umano mostra i suoi mille colori. Ne approfittiamo per fare qualche foto ed alcune riprese per il film che sarà.
Continuiamo così a salire fra le magnetiche figure degli Apu, grandi spiriti delle montagne, mentre compaiono le prime vette innevate. Ci attraversano suoni di tamburi, qena, fisarmoniche, trombe tenuti assieme soprattutto dalla fede.
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Passo dopo passo conquistiamo piccole unità d’altitudine e ossigeno. Stefano, giunto da poche ore dall’Italia, non ha avuto il tempo di acostumbrarse ed inizia ad accusare il colpo.
Il soroche, male d’altura, si insinua inesorabile nel gruppo, prima toccando lieve per poi assumere nelle ore successive contorni quasi da incubo.
Per il momento il mio corpo tiene, rinvigorito da foglie di coca e microdosi omeopatiche di San Pedro la cui polvere, comprata nel mercato di Cusco, mi accompagna disciolta in un termos. Conosco la pianta e so quanto possa sostenere le membra con entusiastico fremito dischiudendo all’infinita sinfonia del creato. Ma la confusione è tanta e le condizioni di Ste peggiorano sensibilmente.
Ormai, ad un paio di chilometri dal tempio, il suo volto è pallido, gli occhi chiusi, la figura allungata a terra in una fragile richiesta di nanoparticelle di ossigeno. Una donna indigena vedendo la scena tira fuori un batuffolo di cotone intriso di alcol etilico e ci consiglia di farglielo sniffare. Stefano apre gli occhi immediatamente alleviato dal mal di testa che sembrava non voler cedere né ai massaggi alle tempie con oli essenziali né alla preghiera muta che ognuno di noi segretamente cova in sé. La situazione è critica e non solo a livello umano. Stefano si rialza ma non è in buone condizioni. Il lavorio di riprese per il film subisce una battuta d’arresto. I primi decisivi segni del soroche toccano anche le ragazze. Decidono di prendersi una pausa un po’ più lunga. Io continuo, sento che è giusto così, chiedendo supporto all’ennesima amara bevuta di Wachuma, nome quechua del San Pedro.
L’effluvio di pellegrini imperversa con musiche, colori e preghiere. Mi unisco, anche se cotanta confusione, seppur preziosa, mi allontana dal sentore del sacro che sto cercando. Un carnevale, devozione intrisa di richieste, lotta per la sopravvivenza, baratto col divino, versione essoterica del mistero essenziale che da sempre mi chiama a sé.

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Il tempio si rivela essere una chiesa. L’atavico pellegrinaggio, come quasi ogni altra narrazione mitica in questi luoghi, ha dovuto fare i conti con il credo dei conquistatori. Adesso i molti cercano la grazia di Gesù più che il contatto con l’Apu, che sembra quasi far da sfondo all’intera vicenda. La lunga fila d’accesso all’edificio predisposto al sacro minaccia di durare interminabili ore, se non giorni. Eppure i fedeli attendono al loro voto.
La lontana solitudine della montagna invoca il mio passo. Vado in cerca di un luogo ameno che ospiti i tre ceri che porto con me e che ho intenzione di donare alla fiamma in quest’ordine: il primo per mia madre e mio padre il cui amore incondizionato mi accompagna dalla nascita; che il secondo sia per Vea ed anche anche per me, per l’unione che con alterne vicende ci protegge da quasi un decennio; il terzo per il mondo, così carico di sofferenze.
Scorgo un promontorio tranquillo, assolato, alle pendici della luminosa maestà di un Apu innevato. Mi siedo in meditazione. Un vento gelido, improvviso, mi coglie alle spalle, sfiora la nuca quasi graffiandomi. Da quel momento anche il mio viaggio si trasforma in una serie infinita di flussi e deflussi di debolezza, negatività ed un sentore di malinconico fallimento pervade le membra. Decido di scendere.
Mi faccio un caldo de gallina da una mamasita che attende ai lavori di un ristorantino di assi di legno e lamiera. Il mio vegetarianesimo è sospeso, raccolgo quanto trovo senza chiedere, ho bisogno di forze. Il sapore della carne, il gesto dei denti che affondano, risvegliano in me sensazioni contrastanti. Inizio a temere che il ricongiungimento con Stefano, Alessandra ed Elena sarà più difficile del previsto, quando quasi per miracolo, nella folla, le vedo spuntare. Manca però Ste. Mi dicono di averlo messo su un cavallo per ultimare la salita ma di lui, per ora, nessuna traccia.
Stanchi, afflitti dalle difficoltà dell’altura, decidiamo di dividerci per cercarlo. Dopo alcuni tentativi vani ipotizziamo che il malessere gli abbia impedito di allontanarsi dal luogo in cui il caro animale lo ha dovuto abbandonare, prima di penetrare nell’ultima tratta. Lì finalmente lo troviamo, ancora frastornato e debole ma sorridente. Sollievo infinito.
Per conciliare tempistiche e desideri ci diamo appuntamento ad un paio di chilometri giù lungo la china, dove un grande cerchio di pietre credo potrà ospitare un momento di intimità lontano dalla sacra ressa e dalle vette più austere.
Nella discesa approfitto per trovare un luogo al riparo dai venti, di fianco al fiume, nel quale attendo al rito del cero in onore dei miei genitori. Cerco di infondere loro la forza per affrontare l’ennesimo grande capitolo di vita congiunta, in questo momento di profondi mutamenti che investono tanto il cosmo quanto noi tutti, piccole grandi creature sperdute in un universo che tentiamo giorno dopo giorno di decifrare. Chiedo l’intercessione dell’anima del monte.
Giunto nel cerchio di pietre non trovo nessuno. Mi tolgo le scarpe e penetro. Trovo un affratto riparato. E’ l’ora del cero per la mia amata, per noi, invocazione di unione profonda e desiderio di prole, intenso e senza compromessi. Il vento filtra negli interstizi fra pietra e pietra minacciando la fiamma, ma sono là a custodire quella minuta meraviglia, consapevole delle ferite che il mio ed il nostro errare ha causato all’incanto del patto sancito nell’Isola.
Degli altri nessuna traccia. Decido di scendere. Le gambe mi cedono, rischio di cadere per ben due volte. Gli oltre 15 chilometri di camminata impervia, il mal di testa, i conati di vomito acuiti dall’incauta spremuta d’arancia che ho bevuto pensando di alleviare i mali. Mi guardo intorno, scrutando le facce dei pellegrini, la polvere, i sassi. Cerco un cavallo che allevi le mie fatiche, invano. Neanche la bellezza dei paesaggi oramai sa dispensare l’ombra di un conforto.
Le piccole casupole finalmente compaiono, non resta che l’ultima tratta. Ritornano le baracche con dolciumi, santini, bevande. Una voce mi chiama: Marco. Insieme al Chino sono giunti in paese, saliranno l’indomani forse scortati dai Qero.
La nostra amicizia è in un momento critico, sento fortemente di dover arginare delle dinamiche che non fanno bene né a me né al gruppo. E’ ora di separarci, troppi grovigli sospesi in una relazione di lunghi anni, condividendo sogni, aspettative e folli imprese spesso rovinosamente giunte sull’orlo della tragedia. Sono stanco. Vedremo al ritorno quanto ci sarà da salvare e quanto da archiviare. Ne soffro ma non può essere altrimenti. Sento il bisogno di silenzi, del fervore delicato del vuoto in seno al quale possa manifestarsi quanto è predisposto per noi e, sopra tutto, devo proteggere quanto ho faticosamente costruito. Mi congedo.
Poco dopo, ormai prossimo all’autobus che spero mi riporterà a Cusco, incontro Ste. Delle ragazze nessuna traccia, probabilmente saranno già sulla via del ritorno.
Giungiamo stremati dopo quattro ore di viaggio nel sonno-veglia interrotto dall’irrequietezza dell’asfalto e dei clacson sovraeccitati dei pellegrini. Né Elena né Alessandra sono ancora arrivate. Torneranno solo a notte fonda, raccontandoci al mattino di un’ennesima rocambolesca avventura per ritrovare gli zaini carichi di alcune delle attrezzature necessarie al film, spediti a valle con cavalli e cavalieri poi misteriosamente scomparsi. Marco ed il Chino compaiono angelicamente a risolvere l’incauto misfatto. Il malessere mina le fondamenta stesse del buon senso ed ogni cosa passa in secondo piano, ma la sottile e premurosa intelligenza che tutto pervade assurdamente ricompone il puzzle.

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La montagna sacra ha impartito la sua dura lezione a ciascuno di noi. Chiedo perdono. È tempo di preparare lo zaino per l’ennesima avventura.
Yuri

Cusco

Il cielo è terso, l’aria giunge pungente e limpida a ristorare i polmoni dalla surrealtà limeǹa. A prenderci in aeroporto il fratello dell’attuale compagno di Nelemy, che veste un’uniforme d’alto fregio nel dipartimento militare di Cusco e che ci sta offrendo ospitalità nel cuore del quartel dell’esercito. All’entrata una grande pick up cavalcata da un tipo apparentemente burbero con tanto di mascella protesa, braccio nerboruto e occhiale da sole. Ci scruta un po’ perplesso, quasi a non voler credere che quell’allegra compagnia debba penetrare il doppio cordone di guardie armate che presiedono la soglia. Infine cede, ci fa entrare sulla jeep che odora ancora di nuovo, con fogli di giornali a terra per non lasciar tracce. Con un semplice gesto si aprono i cancelli e saliamo scortati la china. El hombre si rivela essere molto più affabile del previsto muovendo un certo interesse verso le nostre ricerche. Ci danno una sorta di cottage con doppia camera matrimoniale, a pochi passi dalla villetta super-presidiata del comandante generale della regione. Quasi non riusciamo a trattenere le risa, tanta l’assurdità delle circostanze. Salutato il soldato e chiusa la porta alle spalle ci scambiamo sguardi increduli, resistendo un attimo ancora, fintantoché il rombo della vettura che si allontana ci libera.
Le strade di Cusco sono attraversate da una scarica devozionale per me senza precedenti. Siamo nel mese di celebrazioni che sfocerà nell’Inti Raimi, grande festa solstiziale che affonda le radici nella notte dei tempi. Decine di gruppi con costumi sgargianti si riversano nella Plaza de Armas da ogni angolo dell’antico incanato. Tutte le scuole di Cusco e dintorni lavorano duramente per l’intero anno riverendo attraverso danze e musiche multicolore la pluripotenza del Dio Sole e dell’antica capitale che, come una macchina energetica, in questo periodo si accende. Si dice che un tempo l’architettura di Cusco fosse tale che nel momentum sacro della rinascita dell’astro solare varie figure d’animali totemici e spiriti tutelari si proiettassero per un complicatissimo gioco di luci ed ombre sulle grandi e misteriose pietre della cittadella. L’ignoranza e la barbarie dei conquistadores rovinò tutto, qui come in molte altre parti del mondo.
A distanza di 5 anni ritrovo Abel, persona dall’animo nobile e sapiente tatuatore al quale affidai la schiena per incidervi il mio destino e con il quale continuerò a breve affinché il mio corpo si presenti sempre più simile ad una maschera antica. Parliamo di Maestro Antonio, che per suo tramite mi iniziò all’Ayahuasca. I dubbi che mi assalirono al ritorno, i lunghi anni di pratiche e studi per comprendere quanto accadde, attraverso me, quali energie si impossessarono del mio corpo inducendo una tale metamorfosi da mettere in dubbio le categorie che credevo di aver fortemente strutturato negli anni di studi universitari. La Pianta Sacra lacerò quel velo d’arabeschi e lacrime, dissipò le mie paure facendomi sentire nelle membra divenute forti oltre ogni limite la crudele litania del custode del tempio, pronto ad assaporare il sangue affinché l’antico ciclo possa rinnovarsi, spirale dopo spirale. Nelle parole di Abel ritrovo il senso di questo viaggio, la necessità di un nuovo incontro, il ritorno a quello specchio che sollevò, nei mesi successivi, così tanti dubbi, e che a distanza di un anno tornò ad irrompere nella mia vita distruggendo tutto quanto avessi costruito, l’amore e gli affetti più cari. Una sorta d’estasi tragica che non riuscii ad arginare e che ancora solleva le sue spine.
Marco ci introduce ad un’altra meravigliosa anima, il Chino Roger, così chiamato per la sua fisionomia nipponica ricevuta in dono dai suoi genitori. E’ un disegnatore incredibile. Il suo primo libro mostra pagina dopo pagina assurde mutazioni di prospettive e forme nelle quali si mostrano in gioiosa sfilata tutta una serie di geometrie sacre ed altri stimoli visivi che ci lasciano tutti a bocca aperta. Ognuno di noi, con gli occhi ancora luccicanti, compra una copia del libro e si interessa al secondo sul quale sta attualmente lavorando. E’ uno dei rari artisti che ho incontrato fin’ora che coltiva senza compromessi le sue aspirazioni. Sta frequentando da oltre un anno i Qero, depositari della cultura Inca che all’arrivo degli Spagnoli si costruirono una bolla d’invisibilità nella quale rimnasero per circa cinque secoli, fino a tornare al mondo dopo la seconda guerra mondiale, quando sentirono che era giunto il momento di tornare a parlare agli altri esseri umani. La loro è una visione fortemente ancorata alla saggezza del cosmo, ai cicli delle stagioni astrali, alla precisissima mantica che da queste sgorga. Gli interessi del Chino si sono fissati sull’arte tessile con la quale traducono questa saggezza in colorati costumi e cappelli che il lavorio quotidiano incide nella materia, come mappa e monito, come pilastri divini che sorreggono tanto le viscere quanto il tetto del mondo. Il suo secondo libro è ispirato a questi, e non si darà pace fino a quando non ne sarà all’altezza.
Un paio di giorni dopo il nostro arrivo nella capitale Inca giunge il momento di accogliere nel gruppo l’auspicata venuta di Stefano, amico e cineasta che si occuperà di fare le riprese del viaggio che forniranno il supporto alle ricerche scientifiche (vedi Hyperspectral Imaging) ed al film che da questo viaggio vorremmo creare.
Una mezza giornata soltanto per ambientarsi a quota 3400 e via, nel pieno della notte, con un autobus traballante. Dormo per una buona parte del viaggio. Mi sveglia un camion che sfreccia di fianco a noi con uomini mascherati che da sopra il tetto suonano tamburi e qena, tipico flauto andino. Siamo quasi giunti ai piedi della grande montagna che ospiterà la peregrination de Qoyllurrit’y. L’autobus ci scarica a Mahuayari, ultimo avamposto prima dell’ascesa. Qua una miriade di baracchine improvvisate per l’occasione offrono ogni sorta di ristoro: dall’onnipresente caldo de gallina al mate di foglie di coca, passando per i soliti piccoli panini con queso, palta o huevo. Ristorati, visitiamo uno dopo l’altro la piccola cappella incredibilmente illuminata da centinaia di candele, segno tangibile della fede che satura questo evento. Piccolo prezioso riparo dal freddo della notte che per lunghe ore non ci abbandonerà. Mi chino, con un sol compro una candela che aggiungo, sottovoce, alle molte preghiere già levate da quanti, prima di me, hanno intrapreso il cammino.
Yuri

Lima

Il tempo di posare le membra, raccogliersi, tornare a nutrirsi delle primizie della terra, così presenti e preziose in questa parte di mondo. El desayuno, primo impulso del mattino a base di succhi che esprimono il potere dei frutti frammisti a farine, miele, uovo, polpa di aloe vera e chissà quale altra magica pozione. Piccoli panini con queso, huevo o palta (formaggio, frittata o avocado), una bevanda calda con quinoa e maca (frumento riquisimo).
Ci sistemiamo in Barranco, quartiere bohèmio che ha visto i volti degli artisti più noti del Paese. Brulica di colori, sguardi che penetrano con semplicità e dolcezza, l’odore e la voce dell’oceano che giungono salendo il pendio d’argilla e roccia e cullando il nostro sonno. Molti locali lanciati a carpire i desideri nascosti dei turisti, angoli più tranquilli e nascosti. Il mercato. Indescrivibile. Gli odori formano arabeschi sopra le nostre teste, si contendono forti le nostre narici. Provo un dolore allo stomaco nel vedere le decine di carcasse animali ammassate, mi rincuoro nei reparti adibiti alla miriade di rimedi naturali che si offrono in tisane, pasticche, piante, radici, balsami e preghiere.

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Dall’ostello portiamo avanti un lavorio quotidiano per dare respiro al nostro Wiracocha. Stiamo organizzando un laboratorio di Teatro Rituale ed uno spettacolo qua a Lima per i giorni che precederanno la despedida, a metà luglio. Nel frattempo intratteniamo contatti con Italia e Europa, alimentiamo connessioni e risonanze che dipingono attraverso di noi un quadro che già mostra segnali di un leggiadro destino che vuole incarnarsi.
Bellissimo l’incontro con Lorenzo. Ero intento a scrivere i miei diari di viaggio nel giardinetto dell’ostello quando di fianco a me si siede una gringa che con tono fastidioso inizia a parlare a vanvera di varie cose, fra le quali le Piante Maestro. Decido di spostarmi in un angolino al riparo da queste influenze, su un tavolino dispongo le mie cose, fra le quali un volantino del progetto con il volto di Wiracocha. Colpito dal particolare un bel ragazzo alto e dagli occhi sinceri sosta un attimo davanti a me ed inizia a parlarmi. Brividi. Sta seguendo da anni il cammino di Wiracocha attraverso il Perù e non solo. Cerca tracce, connessioni, luoghi di magia. Parliamo per una buona ora e da quel momento le giornate si punteggiano di numerosi e fertili incontri. Anche lui salirà a Qoy’Llur’Rity, sentiamo che i nostri passi saranno vicini per una parte del viaggio. Anche Elena e Alessandra lo incontrano e condividono una pratica di capoeira in un piccolo parco vista oceano, mentre un Colibrì, simbolo antico di guerrieri e compagno inseparabile di Wiracocha, compare nel cespuglio fiorito dinanzi a noi riempiendoci di gioia.
I pomeriggi trascorrono semi-onirici nel centro di terapie alternative di Dona Jesus, bis-cugina di Marco. Ci sottoponiamo a vari trattamenti che ristorano corpo ed anima.
Il lavaggio del colon è la porta d’accesso. Inutile dire che un minimo di imbarazzo accompagna la pratica. Circa 20 litri di acqua e caffè vengono messi in circolo nell’intestino con un tubicino di plastica intromesso per via anale da una signorina gentile che attende alle evacuazioni.
Ben acostumbrada al suo lavoro muove verso conversazioni interessanti, cercando di distrarre dal momentum critico in cui le viscere si gonfiano e sgonfiano con una sinfonia che evito di descrivere. Ristorati, rallentati, con i volti distesi e lievi tracce delle scorie che stiamo smaltendo, come mezzelune sotto gli occhi, ci offriamo alle mani sapienti di 4-5 donne meravigliose, orchestrate da dona Jesus, conosciuta anche come Miriam o Pirucha.
Al lavaggio del colon segue una limpieza ionica, con i piedi immersi nell’acqua e due dita della mano destra che stringono un conduttore metallico in un circuito chiuso che lentamente colora il liquido di sfumature cromatiche verdi, marroni e nere. Avvolgono i piedi quasi nascondendoli alla vista. A seconda del colore che lentamente assume il liquido le curatrici comprendono quale organo o serie di organi siano maggiormente squilibrati.

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Giunge il turno della magnetoterapia, preceduta da un’anamnesi molto particolare. Dona Carmela, profonda dolcezza materna, siede tenendo fra le mani le caviglie ed irrorando il corpo di una serie infinita di domande la cui risposta è data dalla qualità del riflesso che i nostri piedi producono mentre li sbatte lievemente uno contro l’altro. La risposta nervosa suggella i quesiti e fornisce risposte attraverso le quali si individuano vari tipi di scompensi energetici. Dalle risposte la señora comprende dove posizionare i magneti. Il campo che questi generano e che avvolge i nostri corpi è come un dolce scivolo verso il sonno profondo, dal quale siamo richiamati dopo un’oretta circa per passare alla pratica seguente.
Adesso è tempo di togliere le scarpe e cedere la mappa delle 7200 connessioni nervose che popolano le piante dei nostri piedi alle dita forti e sapienti che nodo dopo nodo, guaito, sudore e lamento ristabiliscono l’equilibro in tutto l’organismo. Anni fa non avrei mai creduto che questo potesse essere possibile. Ed invece si. Tutto è davvero connesso, ed in questa magica trama vi sono portali, crocevia, linee energetiche, tutta una mappatura finissima alla quale è possibile accedere per dare una sistematina al nostro circuito complesso in cui micro e macro, visibile ed invisibile giocano un’eterna partita per beneficiare del brivido che la sola bellezza sa offrire, la vicinanza al sacro, matrice d’ogni sospiro ed abbraccio. La chiusura del ciclo non poteva essere migliore. La señora Aleida, un folletto non più alto di 150 cm, con una luce ed un sorriso intrisi di magica serotonina, che con le sue mani smuove gli universi pranici. La voce bisbiglia incessantemente mantra-preghiera che incidono la corazza, filtrano e muovono verso una lacrima calda. Quanto amore stiamo incontrando. Piccole e grandi benedizioni quotidiane. Questo è già parte del dono.
L’incanto viene messo alla prova dal traffico di Lima. E’ al di là di ogni ipotesi catastrofista. Impieghiamo ore per percorrere qualche chilometro. L’abuso del potere, che per riempire di materia greve le proprie tasche non tarda ad uccidere, saccheggiare e mettere in ginocchio il traffico di una città rubando milioni di dollari d’appalti pubblici lasciando le strade sventrate ed i cieli inquinati.
Riusciamo comunque a giungere a nord della città, dove il Mito, un caro amico di Marco, ci schiude i portali della dimora di campagna della sua famiglia e ci offre in dono alcune poderose braccia di un San Pedro vecchio di almeno 30 anni. Facciamo una preghiera, suono alcune arie con lo tzouras mentre la mano del Loco con tanto di cuchillo recide il verde intenso mescalinico del grande cactus.

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Al rientro Nelemy, nipote di Marco, ci invita a cena dispensandoci tanti preziosi consigli circa l’ascesa imminente a Qoy’Llur’Rity. Stanchissimi, provati, cediamo ad un lungo riposo.
Al mattino solito rituale di sapori orgiastici e via verso l’aeroporto. Lima svanisce sotto di noi e subito le alte vette innevate, le sagome antropomorfe degli Apu ed una promessa che ci attende: Cusco.
 Yuri

Crowdtour

La fase della preparazione è giunta al termine. Stanchi ma con gli occhi impreziositi dai riflessi di persone e luoghi. Gli eventi si accavalcano, ognuno di noi riempie agende di schizzi e geometrie, affinché nulla si perda ed i piccoli mattoncini trovino il posto che gli appartiene.

Crowdtour #1

Iniziamo dal Fluid Studying, Bologna 19-21 maggio 2017.

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Tre giorni di incontri e commistioni di studi e pratiche attorno ad un tema a noi tanto caro: La biologia del Rito. In una bellissima casa bolognese affittata per l’occasione si mettono a confronto, intervento dopo intervento, le peculiarità proprie della Cura in contesti diversi. Un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo che rimescola i nostri umori, scuote le certezze con ilari ventate da paradisi subcellulari, psichiatria illuminata dal battito del cuore, riflessioni semiotiche, sprazzi di eroismo quotidiano che si oppone alla ferocia dei potenti e del sistema criminale che deruba il mondo della sua bellezza. Invano. La sensazione di essere parte di un nuovo respiro, la volontà di incarnarlo, disvelando sensibilità compresse, armonizzandole nella danza, nel rito, donandola a ricettori che addomesticano la stessa scienza ponendola al servizio di questa nostra umanità pulsante. Il rito evocato nel titolo ha trasportato tutti noi, ci ha uniti ed il piacere immenso di condividere questo viaggio si è trasferito in abbracci, parole e musica.
L’entusiasmo ha mangiato qualche ora alla notte, corpi stanchi e beati.
Al mattino la sveglia, l’eco del treno in arrivo. Un paio di cose nello zaino e via verso la seconda tappa.

Crowdtour #2

Cavallerizza, 22-24 maggio, Torino.

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Le celebrazioni per il triennio dall’occupazione imperversano. Al nostro arrivo si percepisce la fatica del weekend appena concluso. La disorganizzazione tocca con i suoi strali il nostro piano. Ci rendiamo conto che l’Atelier di Teatro Rituale che dovevamo condurre è scivolato dal tavolo organizzativo sospinto da decine di altri eventi. La mancata pubblicità mi lascia perplesso, un po’ arrabbiato, ma la vita nuovamente dimostra la sua intelligenza che tutto pervade, l’amore per il piano B, la sorpresa nascosta sotto il sasso che ostacola il passo.
Solo due persone si presentano all’appuntamento. Entrambe giunte direttamente o meno da una mail da me inviata in velocità poco prima. Sull’onda della stanchezza e lievemente toccato dallo sconforto decido di fare una sola sessione e di abbandonarmi alla città.
Carmela mi introduce ad un gruppo teatrale che da un ventennio sperimenta nel solco tracciato da Grotowski con i quali scocca subitanea la freccia dell’intesa. Il Laboratorio Permanente guidato da Domenico Castaldi mi offre uno spettacolo privato nelle cripte del cimitero sconsacrato, zona Baloon. Brividi che cospargono le membra, voci curate, che si abbracciano e sostengono, si oppongono per giungere ad armonie superiori. Corpi che esprimono, che non cedono al privilegio del volto, emozioni che discendono come cascata da un tempo in cui già correvamo assieme. Mi prendo un momento, gli parlo di Wiracocha, del viaggio e dello spettacolo che sarà, dallo stomaco fuoriescono parole. Accettano. Saranno parte del viaggio. Settembre, 21 giorni di residenza creativa, prima di esordire, assieme nel novembre bolognese a Cell Meodies II. Magia.
Il mercoledì sera, inciampando in altre complicazioni organizzative ma senza cadere dalla sella, è finalmente il nostro momento. La Cavallerizza, Wiracocha, amici di Carlo Ventura che giungono ad ascoltare le nostre parole, l’entusiasmo di questo viaggio. L’abbraccio del mondo si fa ancor più presente. Mentre le membra cedono alla notte, fra una birretta e l’altra, un gruppetto di iniziati ci accoglie al loro tavolo. Difficile riportare il flusso di informazioni e di affetti che ci trasportano. Un abbraccio grande a tutti voi..
Una giornata di riposo…ovvero di traslochi, rendicontazioni, recupero di incontri mancati, compere pre-viaggio fra trekking e ayurveda…e poi..

Crowdtour #3

Serre dei Giardini Margherita, 26-27 maggio, Bologna
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Nelle parole di Alessandra:
“La nostra terza tappa si è inserita in una rassegna di due giorni dedicata al Gusto ed al Rituale, nella rigogliosa cornice dei Giardini Margherita a Bologna, colorata, oltre che da racconti e proiezioni di documentari, da un’amena passeggiata negli orti e dalla raccolta di erbe al crepuscolo di giovedì sera.
Abbiamo condiviso lo scenario con Manuela , antropologa romana che per un anno e mezzo ha convissuto con Pilar, curandera messicana dalle mille rughe, sconfinato sapere e pura dolcezza d’animo, che abbiamo conosciuto attraverso le immagini del suo documentario di viaggio.
Nel crepuscolo di venerdì la presentazione del nostro Wiracocha, la prima parte del rito, il farci forti, coesi e complici errando per far conoscere alla gente il progetto.
Anche stavolta pochi intimi accolgono le nostre parole, attenti, rapiti e presenti alle proprie e alle nostre emozioni che colorano l’atmosfera, che si fa propizia svelando i nostri sogni e gli intimi intenti del nostro viaggio.
E’ un privilegio ricevere tale qualità di ascolto.
Per la realizzazione di questo evento, e non solo, siamo stati sostenuti e aiutati nella logistica e in questioni più “sottili” da due angeli, Cecilia Selina Roffino e Laura Costa, la quale ci ha proposto, durante la serata, un esperimento con acque informate, che porteremo avanti anche durante il nostro viaggio. Il pubblico ha assaporato acque nutrite con diverse e crescenti frequenze, prima e dopo la performance musicale a cura di Yuri Dini con tzouras e tamburo e David Muesham al sax, con lo scopo di provare a rilevarne la variazione nel gusto e nella densità e di essere testimoni dei mutamenti prodotti nelle nostre cellule in seguito ad atti performativi e artistici.
Con la gioia nel cuore, forti del sostegno di tante amiche e amici, si muove verso la prossima tappa.”

Crowdtour #4

Associazione Gramigna, Giardino Officinale di Gabrina, 28 maggio, Reggio Emilia
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Dal racconto di Elena:
“La gramigna umida e i delicati profumi dei tanti fiori officinali presenti nel giardino accolgono i primi partecipanti all’Atelier di Teatro Rituale. Cominciamo con un ritmo calmo tra esercizi di riequilibrio energetico, asana, presenza corporea, sintonizzandoci con i nostri movimenti e quelli dell’ambiente circostante. La natura saggia ci guida. Camminiamo, impercettibilmente tocchiamo terra con i piedi, solo sfiorandola, e ci apriamo, da terra, ad una nuova nascita. Alcune piante del giardino attirano la nostra particolare attenzione e cerchiamo di entrare in ascolto del loro particolarissimo ritmo e vibrazione. Avranno qualcosa da dirci? Non lo escluderei affatto..
La giornata intensa, prosegue con un buon pranzo ricco di molteplici sapori, di erbe medicinali e fiori. Beviamo tisane dal ricco sapore e dopo un dovuto riposo, il giardino officinale comincia ad attrarre a sé altre persone, adulti e bambini che si accingono a creare paste fresche colorate ( Pasta Matta) e lanterne magiche ( L’Indaco Atelier) e a conoscere meglio le proprietà salutari delle diverse piante.
Verso sera tutto è pronto per l’intensa performance di danza Butoh di e con Yuri Dini. Colpisce come tutti siano catturati dalla musica e dai movimenti e come anche i bambini, a volte cercando la vicinanza di persone conosciute, rimangano attratti da questa arte, attenti ad ogni singolo cambio di scena.
Dopo l’aperitivo/cena colorato di molteplici pietanze siamo pronti per la presentazione del viaggio circondati dalle lanterne dell’istallazione “Cluster” De L’Indaco Atelier. Rispondiamo a curiosità, chiarimenti e domande per poi lasciare spazio alla musica dei “Lama Lite”, allietati dal suono e da luci tra lanterne e lucciole.”

Crowdtour #5

Cascina Martesana, Milano
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Alessandra:
“Il calore dell’abbraccio degli amici con i quali ho vissuto la città per un anno e mezzo, ormai 4 anni fa, e della mia luminosa famiglia, riunitasi apposta per l’occasione, ci investe fin da subito: tutti hanno risposto alla chiamata, al nostro desiderio di coinvolgerli, di raccontare, di entrare in risonanza.
Ci ospita la Cascina Martesana, un ex discarica nella quasi periferia milanese, ripulita e rigenerata da tre operosi giovani milanesi, situata in mezzo al verde e accanto a un tranquillo fiumiciattolo: l’atmosfera è casereccia e magica, il clima è tiepido, estivo, brulicante di vita che esplode.
La prima parte della presentazione si svolge nello spazio principale , all’aperto, dove si banchetta; è faticoso attirare l’attenzione dei più, eppure i nostri fedelissimi amici e sostenitori raccolti attorno a un tavolo, ci ascoltano con dedizione e curiosità. Pian piano conquistiamo l’attenzione di molti e la serata decolla.
Prima della seconda parte della presentazione, un ispirato Nijen, amico dj e assiduo frequentatore di paesaggi cosmici, ci fa danzare al ritmo di ottima musica; beviamo con gusto qualche birra e intanto ne approfitto per abbracciare tutti i miei amici, uno per uno.
Rieccoci insieme in uno spazio più intimo, una tenda con giardino dove entriamo a piedi scalzi, ci accomodiamo su comodi cuscini e ripartono i racconti.
Ne usciamo ispirati, carichi di informazioni dense e inedite per alcuni, stanchi ma estremamente gioiosi. Una suonata di tamburo sotto le stelle e siamo pronti per riposare.
L’indomani mattina, di buon ora, con il cuore sempre più stracolmo di speranza, accarezzato da tanto calore, ripartiamo alla volta di Bologna: è il momento di fare lo zaino!
Lima, stiamo arrivando!”

Overture

Ci siamo, il vecchio orologio è stato caricato, un sospiro ancora ed il tempo inizierà a correre. Sogni, aspettative, paure, cadute, mani che toccano mani, sguardi, paesaggi mozzafiato si mischieranno nel calderone e noi tutti, là dentro, saluteremo quanto è stato abbandonandoci al Viaggio.
Le cose che contano giungono quando il momento è propizio, quando tutto è stato accuratamente preparato per la venuta. E’ una dura lezione ma disvela una dolcezza indicibile se compresa.
La terra dell’anima ha bisogno di cure infinite: disperazione e lacrime ne preparano il ventre; il sorriso fanciullo la cosparge di semi, beata incoscienza; la fatica, gli incontri, il contatto con il respiro che tutto anima e custodisce ne celebrano il canto, invocazione e preghiera, ritmo che fortifica e sorregge sguardo e costato. Siamo pronti, il nostro voto è nei venti, a disposizione di quanti credono, di coloro che ad esso vogliono unire il proprio canto, per chi ama danzare folle, seguendo il brivido che tutto sa e tutto scorda…
Un sentimento di gratitudine per essere parte di questo viaggio e del più grande e meraviglioso dramma che tutto avvolge, elettrifica, commuove ed anima. Lasciate ogni timore voi che entrate, la Terra attende il nostro ritorno.
Yuri