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Il Ritorno

Come in molte favole iniziatiche, anche per il nostro Wiracocha, l’ultima fase del rito diventa essenziale. Già percepito sottopelle, come un respiro che giunge a colmare le distanze, il Ritorno è trasformazione e nutrimento. Un momento lunghissimo in cui sensazioni ed immagini riaffiorano, penetrano in profondità nei tessuti, entrano a far parte di un’identità che costantemente risignifica.
Siamo nel pieno della rielaborazione dell’esperienza, arricchita dalla collaborazione di amici, artisti, ricercatori e scienziati. Hanno preso avvio le prime fasi che porteranno alla fioritura di varie opere. Grazie a Marcello Pala ed al suo collettivo abbiamo ultimato la prima tranche di registrazioni per l’album musicale che vedrà la luce all’inizio della prossima primavera. Abbiamo rievocato e scavato ricordi e suggestioni con il Koro di Labperm, ponendo le basi per un intenso momento performativo-rituale che traghetterà i partecipanti nella nuova edizione di Cell Melodies (prevista per febbraio 2018 al Teatro di San Leonardo – Bologna). Con Laura Costa, Daniele Gullà e Carlo Ventura muoviamo passi cauti verso una ricerca che ci aiuterà ad interrogare le acque memori del viaggio, sostenendo nuove sperimentazioni dal vivo e contribuendo al dialogo fra arte e scienza. Assieme a Caucaso Factory si è attivato il grande ingranaggio filmico.
Con Julia von Stietencron e Paul Michael Henry continuiamo a nutrire il sogno realizzando paesaggi tessili e sonori che sappiano accogliere e custodire il delicato incontro con l’Altro, presupposto imprescindibile per ogni crescita.
Un profondo ringraziamento dunque alle energie che ancora ci nutrono, a tutti coloro che hanno sbirciato, origliato o letto quanto negli ultimi mesi continuiamo a diffondere attraverso incontri, performance, scritti.
Grazie a chi ci ha sostenuto e continua a sostenerci, ad Alberto Possati, alle decine di persone che hanno raccolto la nostra chiamata al crowdfunding, al calore di Lambanda, a Gabrina ed alla magia delle sue piante, ai volti indimenticabili dell’antica terra peruviana.
Un giorno, neanche troppo lontano, tutto questo lavorio quotidiano e l’entusiasmo che solo può sorreggerlo, porteranno i loro frutti… e condividerli sarà per noi la più grande ricompensa.
Yuri

Ica

Nel 1967 il dottor Cabrera, membro di un’antica famiglia di Ica, riceve da un amico una particolarissima pietra come dono per il suo compleanno.
Appena presa in mano una strana sensazione lo colpisce. Per le dimensioni ridotte quell’oggetto ha un peso decisamente insolito, quasi doppio rispetto a quanto ci si aspetti da una siffatta pietra.
Nel suo colore brunito delle incisioni raffigurano un pesce dall’aspetto arcano che un’intuizione subitanea connette nella mente vivace del dottore ad una creatura d’altri tempi.
Congedatosi dall’amico il signor Cabrera si abbandona ad una notte carica di sogni e presagi.
L’indomani con quello strano oggetto fra le mani si dirige da un conoscente, esperto archeologo, che gli conferma l’intuizione. Quella figura stilizzata altro non può essere che un pesce preistorico scomparso milioni di anni fa rappresentato con una sbalorditiva precisione.
Da qui inizia la grande storia che ha accompagnato il dottor Cabrera per oltre 35 anni, fornendogli innumerevoli spunti per una teoria che cercherò di delineare nelle parole che seguono.
Dopo essersi informato sulla provenienza di quella pietra il dottore non poté fare a meno di dirigersi sul luogo dell’acquisto: un mercatino paesano a circa 40 chilometri da Ica. Incredulo trovò innanzi a sé decine, centinaia di pietre analogamente incise, preambolo ad una scoperta ancor più grande.
Acquistatene alcune si mosse immediatamente per spedirle a tre diversi laboratori di ricerca sparsi per il mondo ai quali domandò di compiere delle analisi per accertarne la datazione.
Le risposte non tardarono. Tutte assurdamente simili. La pietra si chiamava Andesite, importata dalle vicine regioni montuose. Ammasso minerario di antica origine vulcanica dall’alto peso specifico. Sia le pietre che le incisioni, ricoperte da un sottile quanto antichissimo velo di micro organismi simili a muffe, datavano almeno 65 milioni di anni.
Impossibile! La storia ufficiale non concepisce la presenza dell’essere umano in quelle epoche, né tantomeno la compresenza e l’interazione di questo con specie di dinosauri scomparse dalla faccia della terra nella notte dei tempi.
In lunghi anni di ricerca il dottor Cabrera collezionò circa 11000 pietre. Una stima narra che altre 30000 sono sparse per il mondo, acquistate come souvenir da genti provenienti da ogni angolo della terra, totalmente ignare del valore di quegli oggetti.
Ogni pietra costituisce un tassello di un impressionante puzzle che, come una biblioteca ancestrale, narra fra le altre cose dell’origine dell’umanità.

Ica III

Dopo anni di studi e peregrinazioni mentali, d’incontri, parallelismi, controprove e tentativi il signor Cabrera ha stilato una teoria i cui punti salienti possono essere così riassunti:
In un periodo che va da 140 a 65 milioni di anni fa degli esseri umanoidi provenienti dalle Pleiadi sono giunti sul pianeta terra con delle navicelle spaziali. Nel nostro pianeta hanno compiuto una serie di esperimenti genetici con piante ed animali, uno su tutti, l’incrocio fra il loro DNA e quello di una proto-scimmia che ha dato vita ai nostri antenati.
Questi esseri provenienti dallo spazio appaiono con crani di grandi dimensioni, quasi un terzo dell’intera figura, con piumaggi simili a corna attraverso i quali si connettono alle energie del cosmo, unico loro nutrimento. Possiedono un sapere sconfinato, condensato in pratiche di sofisticata chirurgia. Si vedono trapianti di cuore, di cervello, di reni. Sessioni di cura con flussi di sottile materia stellare. Alcune pietre raffigurano l’intero ciclo ontogenetico di specie scomparse. Molte delle scoperte che la nostra scienza ha compiuto in anni recenti sono qui narrate con sbalorditiva evidenza. Si evince la natura anfibia dei dinosauri, che diversamente dai rettili partoriscono i propri piccoli ancora non completamente formati. Come le rane fanno con i girini.
Vi è una pietra grande come un tavolino da salotto che raffigura il passaggio di una cometa in un quadro di organizzazione planetaria che, quasi per magia, si è riprodotto qualche anno fa, rilevato da un osservatorio francese. La loro risposta alla domanda del dottore: Si! Sembra che questo evento si sia prodotto l’ultima volta circa 65 milioni di anni fa!
La mente vacilla. Molte delle teorie di para-archeologia che accompagnano gli ultimi mesi di letture sembrano trovare coerente riscontro. Altrettanto per altre ricostruzioni simil-complottiste.
La signora che ci narra entusiasta tutto ciò offre una serie infinita di esempi e di fatti storici. Il dottore, ostacolato nel quotidiano da università e musei di tutto il mondo, ha ricevuto in vita un gran numero di importanti visite ed intratteneva continua corrispondenza con osservatori astronomici, ricercatori free-lance, con alte cariche della NASA e con vattelappesca. Il suo amore per quelle pietre ha offerto spunti inestimabili a tutti. E non stiamo parlando di un esaltato neo-mistico come molti che popolano i nostri giorni ed i vari social, stiamo parlando di una persona ligia ai suoi doveri di medico e libero cercatore che si è trovato fra le mani prove inconfutabili di una realtà che ha scardinato gli ancoraggi più saldi della sua costruzione identitaria ed intellettuale. Ha atteso per anni allo studio delle sue pietre prima di fornire una pubblica esposizione della teoria che, sola, gli è sembrato potesse fornire un quadro coerente. Non ha mai ricevuto finanziamenti né sostegno istituzionale, trasformando in museo le tre piccole stanze del suo laboratorio medico che nel quasi totale disinteresse delle persone del luogo continuano dopo la sua morte ad ospitare piccoli pellegrinaggi di appassionati.
La sua teoria indica come ad un certo punto, per un fenomeno naturale di cospicue dimensioni che minacciava il pianeta, queste creature abbiamo nuovamente acceso i “motori” delle loro navi spaziali e siano tornate nelle Pleiadi, forse passando per qualche altro pianeta giocherellando con il DNA di questa o quella creatura. I nostri progenitori…bhè, loro non rientravano nei piani d’evacuazione e furono lasciati sul pianeta terra. Dopo innumerevoli generazioni ed assestamenti genetici, ormai privi delle continue “accordature” ricevute dagli esseri superiori, ecco che la nostra forma mentale e fisica giunge ad essere quella che oggi possediamo.
Le Pietre di Ica sarebbero state il lascito nel quale i proto-umani avrebbero potuto sempre ritrovare la storia delle loro origini e dei saperi concessi dagli angeli dei cieli che ci hanno dato la luce.
Lascio a voi ogni commento o riflessione in proposito.
Grazie Ica, perla dal sapore ancestrale incastonata in un territorio ormai cosparso dalle sabbie del deserto. Poco al di sotto della superficie una grande zolla tettonica di magnesite crea un superbo gioco geo-magnetico che tanto piacque ai burloni dei cieli. Nella vicina Nasca sono ancora visibili alcune delle migliaia di figure dalle proporzioni imbarazzanti che per chilometri e chilometri cospargono il territorio di mistiche indicazioni zoomorfe. Cabrera confidò alla Nasa che queste servivano a segnalare le qualità energetiche alle navicelle dei visitatori di altri mondi. Utilissime per coordinare le forze al fine di massimizzare l’utilizzo delle energie presenti limitando gli sforzi dei motori e l’impatto fra solidi. Da allora la NASA adotta tecniche simili.
Chissà…
Yuri

Pucallpa

La decisione di lasciare Pahoyan è dovuta essenzialmente a due fattori: le auto-celebrazioni per i 25 anni di riconoscimento formale del villaggio vivono un crescendo inesorabile che minaccia la quiete dei giorni avvenire; un grande gruppo di nord europei è appena giunto per le cure di Maestro Gilberto. Si preannuncia un alto livello di inquinamento acustico dalle casse gracchianti del pueblo ed un grande affollamento di energie e corpi nella maloca cerimoniale.
Lo scafo è lanciato controcorrente sulle acque dell’Ucayali. A questo punto del viaggio siamo rimasti soltanto Vea ed io. Uno dopo l’altro abbiamo salutato gli altri membri dell’equipaggio. Ieri ho accompagnato Sté al piccolo porto di Pahoyan. Un’atmosfera surreale: l’immenso corso d’acqua velato dalla nebbia del primo mattino. Un gruppo di delfini di fiume che sembrano esibirsi innanzi a noi mentre inseguono uno sciame saltellante di piccoli pesci.
Mi si stringe un po’ il cuore nel salutare Stefano, nel continuare senza il suo supporto ad inseguire il sogno. Ma così dev’essere e so di poter contare su di lui nelle lunghe fasi che seguiranno il viaggio affinché le opere siano compiute. La sua imbarcazione si allontana assorbita nelle nebbie mentre un mototaxi mi riporta al campo base, nuovamente assorto in una preziosa malinconia che sembra svelarmi timidi segreti ancestrali.
E’ tempo di approfittare dei ritmi che si distendono, dell’agenda che si fa più flessibile ed a misura di coppia. Le giornate in Pucallpa si colorano dei mercati cittadini in cerca di tessiture Shipibo, della fortunata scoperta di un ristorante vegetariano niente male e del riposo nell’ostello Delfines.
Stringiamo i rapporti con Matthew e la sua Colibrì, cagnolina trovatella che gli sta facendo posticipare di ben 10 settimane il suo rientro negli States. L’ha trovata piccolissima e moribonda, con ferite cosparse di vermi che lui stesso si è preso dormendo a suo fianco. L’ha curata ed ora è deciso a portarla con sé.
Matthew è stato praticamente adottato da una famiglia Shipibo che vive in città e che in lui ha trovato immediato richiamo al fratello maggiore morto tragicamente qualche anno fa.
Ci introduce per un pranzo nella bellissima quanto povera congrega, congiunti a mangiare all’ombra di un grande albero, con i bimbi contenti che entrano ed escono dalla catapecchia di legno che è dormitorio comune, salotto e laboratorio di tessitura. Il tutto in non più di 15 metri quadrati. La madre e le due figlie ci mostrano bellissime stoffe con la tipica trama Shipibo il cui significato shifta con magica leggerezza da Arcana a Icaro. Con un questionare curioso riesco a carpire almeno questo. Si chiama Arcana una sorta di incantesimo (anche geometrico) che costituisce una protezione spirituale, un’armatura. Al nome Icaro corrispondono invece i canti cerimoniali, anch’essi però rappresentati geometricamente ed utilizzati come protezione. Mi accontento sorridente delle spiegazioni un po’ vaghe e mi accordo con la signora per farmi cucire, con uno dei suoi teli in forma di icaro-mandala-arcana, una bella custodia per il grande tamburo bianco costruito per me da Taray Loco. Bellissima. L’indomani me la consegna lasciandomi a bocca aperta.
In questa occasione incontriamo Luzmila e Jorge, coppia di curanderos sulla sessantina che fanno cerimonie nella loro casa-maloca. Si schiude la possibilità di un’ultima notte di toma solo per Vea e me, coppie che si specchiano nell’intimità del fangoso quartiere di capanne al limitare della città.
Non mi dilungherò su questa cerimonia, che per me rinnova l’antico stallo. Dirò soltanto che per Vea è un’esperienza di luce vibrante ed amore, di riconnessione profonda con la sua famiglia e di preziosi presagi. Basta anche a me. Nonostante la questione economica giunga ad incrinare lievemente la superficie dell’incontro è stata un’ennesima benedizione, in una città dalla quale temevo caos e perdizione.
Contenti e riconciliati con i nostri passi ci dirigiamo verso la prossima tappa.
Grazie Pucallpa!
Yuri

Pahoyan

La zona di Pucallpa è quasi un must per l’orda di turismo in cerca dell’antico contatto con l’Ayahuasca. Essendo l’ultimo avamposto accessibile via terra prima di penetrare nel pieno della foresta Amazzonica la città si carica di molte energie. È un grande porto per la regione. Quasi tutto passa da qua. Nei miei ricordi la sentivo pesante e covavo in me una certa resistenza. In verità ci ha concesso una settimana magica, tranquilla e molto profonda al contempo.
Un amico italiano di nome Dante mi aveva dato il contatto di Edwin, limeňo trasferitosi in città che conosce molti dei principali curanderos della regione. Grazie a lui siamo usciti dall’atmosfera un po’ caotica del centro scegliendo come base Yarinacocha, una cittadella-quartiere posta sulla riva dell’Ucayali, trovandoci accolti in un ostello silenzioso e pulitissimo che porta il nome de Los Delfines. Fra le varie possibilità per attendere all’ultima tranche di cure optiamo per Maestro Gilberto, di famiglia Mahua, antico lignaggio di ayahuasqueros Shipibo, che conta oltre 60 anni di esperienza con la Pianta.
Dopo una giornata di riposo guarnita da una bella intervista ad Edwin che ci racconta la sua storia toccante ci dirigiamo di prima mattina al porto cittadino. All’ombra di una grande torre-orologio centinaia di persone con bancarelle di ogni tipo. La nostra barca, un po’ più cara ma con un super motore, ci porta a Pahoyan in circa 5 ore, seguendo il corso del grande fiume amazzonico Ucayali che, oggi come allora, ospita al riparo della selva gruppi di pirati che talvolta assalgono i bastimenti. Una guardia armata vigila dal tetto dell’imbarcazione. L’immensa portata d’acqua color della terra, cosparsa da detriti di alberi galleggianti che talvolta l’attento capitano non riesce ad evitare incassando sonoramente i colpi con la chiglia. Sotto il velo limaccioso ogni specie di creatura. Dai coccodrilli ai delfini di fiume, da grandi e ghiotti pesci a piccoli gruppi di esseri salterini che volano oltre la superficie per reimmergersi a qualche metro di distanza.
All’arrivo sulle sponde del villaggio vi è un piccolo momento di tensione: una persona mi aiuta a scaricare il mio zaino, che un attimo dopo vedo ascendere sulle spalle di uno sconosciuto che si fa spazio fra il gruppetto di venditori di cibo e fra gli amici dei nuovi arrivati. Salgo velocemente la china e forse con una eccessiva veemenza strappo i miei averi dal non richiesto portatore. Torno alla nave aiutando Vea e Stefano con le loro cose. Un attimo dopo mi accorgo che la persona in questione era uno dei due mototaxisti che attendevano la nostra venuta per portarci alla casa del Maestro. Ci scambiamo un paio di sguardi per studiarci a vicenda. E’ vero che ognuno ha le sue abitudini, anche io ho le mie, e qui come in altre parti di mondo credo sia implicita una minima parola preliminare prima di entrare nell’altrui intimità. Mi sento comunque un po’ a disagio ma l’uomo non sembra essersela presa. Meglio così.
Teoblado, figlio di Gilberto, circa 55 anni, aperto e gioviale, si incarica di mostrarci i nostri alloggi fornendoci le coordinate della permanenza in casa Mahua. Le cerimonie hanno luogo una notte ogni due. Gli ospiti, nella maggior parte dei casi, seguono una dieta con le piante prescritte dal Maestro. I pasti sono frugali, senza sale, zucchero o carne. Perfetto.
Il concetto di dieta, così fondamentale in questo approccio alla medicina, è per me una preziosa scoperta. Sembra che, familiarizzarsi agli spiriti delle varie piante sia un requisito quasi necessario per avvicinarsi in maniera piena all’Ayahuasca ed ai suoi poteri. Ognuna delle piante che caratterizzano i periodi di dieta ha una funzione specifica. Vi sono quelle indicate per depurare i vari organi del corpo, quelle per fortificare, altre che stimolano la visione ed il sogno. Ma, ahimé, la dieta prevede una permanenza minima di 10 giorni e noi non avremo a disposizione tutto questo tempo. Anche perché stare nel villaggio ha un costo che in sé non è molto ma che per le nostre finanze pesa non poco. Capisco che non sarà per questa volta.
La prima notte di cerimonia mi ripiomba nel sentimento di distacco e solitudine che ha accompagnato le ultime tome. A Puerto Maldonado, nel quasi totale abbandono del Maestro Alberto, una risoluzione profonda aveva segnato le mie notti: avendo posto in dubbio l’essenza degli universi dischiusi dalla sacra bevanda questa mi aveva allontanato dalla visione. La mia scelta era dettata dal timore di ricadere ancora una volta lontano dal cuore, risollevando gli abissi della prima tormentata iniziazione. Ma altre intuizioni erano poi giunte durante la notte, e quella determinazione si era confusa e quasi polverizzata. Invece no. Dall’altro lato del globo la mantica dell’acqua ed il pendolino di Laura confermano i miei timori. La Pianta ha preso sul serio il mio voto, quindi il lavorio quotidiano della terra, nella luce del sole, piuttosto che le notturne incursioni nell’arcano mistero custodito dallo Spirito Serpente. Sento la forza di quella volontà partorita dal profondo ma rimpiango la mia eccessiva fretta nel non discernere, ancora una volta vittima della paura e della eccessiva velocità delle mie reazioni. Accetto. Sento che la partita non è ancora chiusa. Ancora una volta l’acqua conferma. Dovrò adempiere al mio voto affinché quanto ancora desidero torni a bagnarsi nello stagno della mia anima.
Mi rende felice che Vea, di fianco a me, goda del canto di Gilberto. Il suo corpo sembra allungarsi in cerca del poderoso fiume che le melodie scavano nella terra della selva, salendo come un incantesimo nella nervatura delle vertebre prima di zampillare nel cielo notturno. Il suo volto è sorridente. A più riprese le nostre mani si sfiorano. La sento vicina come non mai, immenso dono che l’Isola mi ha concesso quasi dieci anni fa.
L’allegra congrega in cura a Pahoyan è composta da una coppia di australiani; da Will l’inglese; da un bosniaco naturalizzato UK che quasi rinnega le sue origini; un italiano; una californiana ed un altro paio di figure con le quali non ho occasione di stabilire un contatto.
Le giornate trascorrono fra una chiacchera, appunti solitari, passeggiate nel villaggio, grandi tabaquiade di mapacho che sembrano allontanare ogni male ed una lotta silenziosa con le zanzare che dal crepuscolo si fa più intensa. Sobrietà e tempo per riflettere. A dire il vero vi è un gran fermento nel villaggio. Sono in atto le celebrazioni del 25esimo anno dal riconoscimento formale della comunità. Gli altoparlanti gracchiano corrodendo la calma dei più pii, mentre un infoiato telecronista sputa raffiche di parole sincopate da un triliardo di “seňoras y seňores” . I quartieri si sfidano nel campo da calcio antistante le nostre capanne. Squadre di uomini con completini in tinta e scarpette tassellate si alternano a quelle femminili a piedi nudi e con casacche arrangiate alla bell’è meglio. Agoni di tiro con l’arco, lotte fra galli, bimbi che si rincorrono ed una sequela di canzoni stile turbo-folk che mi fracassano i timpani ledendo pesantemente la mia sensibilità. La gente del posto sembra non curarsene. Eppure la dissonanza è lampante. Quantomeno per me.
Al terzo giorno di permanenza la seconda notte di cerimonia. Ho ormai abbandonato ogni angustia e sono pronto ad accettare quanto viene. L’aiutante del Maestro, un tipo australiano in dieta da qualche mese, dall’apparenza molto cool ma ben poco profondo, mi allunga il vaso di legno contenente la Medicina. Il solo odore mette a dura prova la mia volontà. Il liquido fermentato, altamente acido, scorre giù nelle viscere accompagnato da innumerevoli smorfie che ognuno tenta di reprimere a suo modo.
Mi distendo. Lascio libero corso ai pensieri. Dopo un tempo imprecisato il sibilare di Gilberto giunge a stuzzicare l’intera costellazione di cellule che compongono i nostri corpi. Una vigorosa energia si impossessa di me. Danzo tutta notte, nel rettangolo del materasso concessomi. Icaro dopo icaro, nel chiarore di una luna meravigliosa e pallida, perfettamente sferica, che vela e disvela il suo fascino ed incanta le anime irrequiete della giungla. Non ho visioni, ma una fisicità sottile ed animalesca, carne da rito, cosparge di attimi preziosi il mio cuore come un balsamo.
Una dopo l’altra le figure che attendono alla cerimonia dileguano, al venir meno del parossismo di visioni e vomito. Ognuno, stanco ed assorto da quanto vissuto, raggiunge la sua stanzetta dove un materasso ed una zanzariera accolgono le ossa stanche. Anche il Maestro lascia la Maloca. Io resto. Nessun conato, nessuna stilla del siero magico lascia il mio corpo, così gli effetti. Sono elettrizzato. Nel cuore della notte dondolo, mi stiro e contorco, ansimo, rimbalzo su me stesso. Godo delle fresche energie che mi concede la notte. Quando tutto sembra tacere un sordo rumore lontano si insinua. Inizialmente non capisco. Lentamente i contorni del quadro si dipingono nella mia mente. Le celebrazioni diurne dell’anniversario, tanto deprecabili nelle musiche e nel tono dello speacker, lasciano la scena ai notturni festeggiamenti tribali. Un gruppetto di persone con tanto di tamburi, torce infuocate, motoseghe che urlano ai cieli tenendo il ritmo del canto, giunge da lontano solcando la strada principale. Vi è una carica incredibile. Urla che sembrano scacciare le più oscure presenza della notte. Sono tentato dal prendervi parte. Sosto al margine della capanna cerimoniale, fremo. Desisto. Non per paura. Non voglio violare il quadro ed allo stesso tempo sono ancora attraversato da scariche sintonizzate su altre frequenze. Godo e partecipo dalla distanza, seguendo i ritmi e le circonvoluzioni armoniche dei motori liberati nel ventre della selva. Un’assurdità ilare che mi cattura restituendomi ad una gioia bambina che spesso è lontana dai miei giorni.
Ormai il mattino è giunto. Donne accovacciate e giovani fanciulli intenti a sradicare le erbacce dai contorni delle capanne. Cerco di attendere alle evacuazioni che si preannunciano dallo stomaco roboante. Invano. Siedo sui gradini di legno delle torrette adibite a bagni ecologici. Osservo il cielo, le sue tinte delicate nel lento sopraggiungere del disco solare. Un sentimento di profonda gratitudine mi porta vicino a mio padre. Ripenso ai nostri millenari scontri caratteriali, al mai rinnegato amore. Sulle mie labbra affiora, dolce e profondo al contempo, un monito che mi cosparge di brividi. Sono finalmente pronto per imparare, per restituire qualche briciola del supporto incondizionato che mi ha cullato fin qui, per osservare attento le tue mani abili nel costruire e fabbricare ogni genere di orpello. Io, così attratto da libri e pratiche, che mi commuovo adesso vedendo rincorrere una palla, ripensando a quando decisi di lasciare il villaggio natio e tutto quanto ne colorava il tratto. Le ali si ripiegano su se stesse dopo il folle volo. Mi hanno portato lontano. Più di quanto potessi immaginare. I sapori di casa adesso, languidi, giungono a sciogliere i nodi del mio stomaco inquieto. Presto, il ritorno.
Yuri

In cerca di Vidal Ayala

Siamo di ritorno dalla spettacolare giornata passata alle rovine di Machu Picchu. Ci chiediamo come sia possibile che qualcosa di molto forte ci penetri ugualmente, nonostante le orde di turisti che popolano vociferanti ed in fermento le rovine, mentre ascoltiamo attenti le parole della nostra simpatica guida. Siamo lì a 2500 metri di altezza, racchiusi tra le due vette di Huayna Picchu e Machu Picchu, ci troviamo increduli ed ugualmente affascinati su come sia stato possibile realizzare tutto questo. La nostra immaginazione va a ricreare quella quotidianità, che si trascorreva in questa terra intorno alla metà del 1400, armoniosamente equilibrata con gli Apu, l’acqua del fiume Urubamba che scorre nel fondo della valle, gli astri, la vegetazione e gli animali e con le stesse pietre, massicce, pesanti quanto perfettamente predisposte per assicurare riparo e protezione.
Di ritorno dalle due giornate trascorse in questo scenario, ci troviamo ad Ollantaytambo, graziosa cittadina della valle sacra. Girovagando per le piccole vie del centro, capitiamo casualmente in una casa visibilmente in festa per la celebrazione dell’Ollantaytambo Raimi. Condivisa la nostra “missione” con le persone presenti, queste ci cominciano a parlare di Vidal Ayala, uno stimato uomo della medicina che abita in valle, in un Centro Spirituale non lontano dalla città.
Affascinati dai racconti, dopo aver fatto qualche ripresa per il documentario alle splendide rovine della città, ci prepariamo per andare in sua ricerca. Come spesso accade qui da queste parti, in questi piccole cittadine tutti si conoscono per nome, ma nessuno indica con esattezza una direzione da percorrere per poter arrivare nel posto desiderato. La ricerca è lasciata all’intuito e alla fortuna di chi si mette in cammino, non è detto se e quando eventualmente si riuscirà a raggiungere la meta. Impariamo però presto quanto questa modalità possa essere in realtà, la vera strada da percorrere.
Andiamo nella piazza principale, cominciamo a chiedere. Ci spostiamo vicino al mercato e continuiamo a fare domande. I più sembrano conoscerlo e sapere la direzione per raggiungere questo Centro Spirituale. Ecco, direzione Urubamba, ma non lontano da Ollantaytambo, saliamo su un taxi collettivo, lo prendiamo al volo e cominciamo la corsa. Percorriamo diversi chilometri fuori dalla città e cominciano a emergere sospetti sulla direzione presa. Ci fermiamo, chiediamo, richiediamo e dopo diverse conferme, ci facciamo lasciare nei pressi della Comunità Amalai, alcuni km prima di Urubamba. Chiediamo ancora, ma nessuno sembra qui conoscere Vidal. Poi un signore, sicuro della nostra richiesta, ci orienta verso una casa a pochi passi da dove ci troviamo. “E’ lì” dice, “lo trovate in quella casa”.
Visibilmente rinvigoriti dalla ritrovata fiducia continuiamo il nostro cammino, arriviamo e timidamente bussiamo. Niente. Ci sarà qualcuno? Sarà la casa giusta? Sulla porta e nei paraggi nessuna indicazione.
Poi sentiamo un cane, abbaia ed evidenzia la nostra presenza. Poi dei passi, forse qualcuno sta arrivando. Ci apre la porta una ragazza dai tratti armonici, gentili, indigeni, ben vestita e curata. Ha un sorriso radioso, conosce Vidal ma lui non abita lì. Siamo arrivati per caso nella Comunità Amamlai. Dice che lì vive un giovane sciamano di nome Antarki ( che poi impariamo essere il suo compagno) e che per caso oggi è presente anche un’anziana curandera. Le spieghiamo brevemente chi siamo, da dove veniamo e in cosa consiste la nostra ricerca. Lei sembra interessata, ci guardiamo e ci consultiamo velocemente tra di noi ed avanziamo la richiesta di conoscerli meglio. Sembra sia possibile avere uno scambio con loro, fare qualche domanda e riprendere immagini  per il documentario.
La ragazza ci fa entrare e davanti ai nostri occhi si dischiude un bellissimo scenario, fatto di case molto curate di terra cruda e tetto in paglia, giardini, piccoli oggetti che svolazzano tra le onde del vento attaccati agli alberi o a piccole strutture cerimoniali.
Ci presentiamo subito con la curandera, signora dalla minuta statura, dagli occhi intensi e dallo sguardo dolce. C’è voluto poco per capire che avremmo potuto parlare con lei, la “stessa lingua”. Ci troviamo immediatamente in sintonia, lei viene da tradizioni apparentemente lontane dalla nostra ma sono anni che cura e ricerca le potenzialità del suono, nei mantra, dell’utilizzo di strumenti musicali quali modalità per cogliere particolari disarmonie o disfunzioni corporee. Il suo lavoro è fatto di diagnosi e terapia inscindibilmente connesse con il suono e con le sue potenzialità. Ci spiega, tirandoli fuori da un piccolo sacchetto, quali sono i suoi “strumenti del mestiere”, come sia possibile, attraverso l’ascolto di piccoli sassolini presenti in un tamburo, capire quali distretti corporei sono bloccati, quali organi particolarmente insofferenti. Con disinvoltura ci dice, passando il suo tamburo su Elena: “vedete, qui il suono si interrompe, nella zona della gola, probabilmente in questo punto c’è qualcosa che varrebbe la pena approfondire”. Poi ci parla dell’importanza della danza, dei movimenti che con il suo piccolo sonaglio compie, intorno alla persona che le chiede aiuto. Ci parla degli elementi della natura e come questi siano inscindibili da una qualsiasi pratica curativa. Nella sua modalità di trattare i disturbi anche la dieta ci dice essere un importantissimo canale di guarigione. La curandera ci parla a lungo dell’importanza di mette in primo piano il cibo, lei consiglia quasi sempre una dieta conferme con le esigenze del paziente. Ci ritroviamo molto in sintonia con le sue parole, con il suo modo gentile di approcciarsi alla cura. Come farebbe anche un buon psicoterapeuta, dice che il suo compito è sintonizzarsi con la persona che le chiede aiuto e carpire in quale posizione si trova e di conseguenza quali interventi è in grado di sostenere. Non tutti, per propria conformazione, possono aprirsi ed essere in grado di integrare una medicina legata ai riti e alle pratiche energetiche, come così altri possono trovarsi lontani da prescrizioni più direttive. Il compito di chi cura dice, è proprio creare un ponte con lo stato in cui si trova il paziente, sostenerlo e dirigerlo verso l’attivazione di risorse interne. Dice però, non è possibile prescindere dalla partecipazione attiva alla cura della persona stessa.
Le facciamo qualche domanda anche sulle “piante maestre” che lei dice di non usare. Come mai? Ci risponde con semplicità: “Non sono necessarie. Io da sempre sono stata considerata dalla mia famiglia come una donna medicina e non sento la necessità di utilizzare piante maestre. C’è chi cura con queste ed è buona cosa, ma questa modalità non mi appartiene” Affascinata dall’incontro Alessandra le chiede se è possibile provare su di lei tutto ciò di cui ci sta ora parlando e così, con la testa verso il vento e i piedi al fuoco, la curandera ascolta e suona con attenzione verso il suo corpo, individuandone le disfunzionalità e riarmonizzandole con la sua saggezza.

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Nutriti e visibilmente arricchiti dagli incontri ( facciamo anche una breve intervista ad Antarki), capiamo che la giornata ci riserva ancora altro, tra poco faranno una cerimonia tra di loro, per dare il benvenuto alla vita al loro piccolo figlio di 7 mesi. Chissà se potremo assistere, se ci faranno stare con loro in questo momento così forte e privato. Non facciamo in tempo a mostrare interesse che subito ci invitano e con facilità ci danno l’autorizzazione di filmare il momento. Sono minuti carichi di un’intensità particolare, densi. Il fuoco, il forte vento, le foglie di coca, il rumore dei sonagli e del tamburo. I movimenti fatti dalla curandera con il bimbo tra le braccia, i ringraziamenti di Artaki ai diversi Apu e alle forze della natura. Sembrano chiamati tutti al cospetto di questo momento e la loro presenza si sente forte all’interno della tenda dove viene svolta la cerimonia. Siamo increduli di stare assistendo a tutto questo, come siamo capitati qui e perchè? Non dovevammo essere altrove?
Il vento, che ci ha accompagnato forte in tutte queste ore nella comunità, comincia piano piano a calmarsi, ma non l’acqua del fiume Urubamba, che scorre proprio sulle rive del loro terreno. Anche il sole ormai è sceso e la curandera deve tornare verso il suo villaggio ( a nord, a 4 giorni di viaggio da qui). Anche noi repentinamente ci ricordiamo dei nostri propositi per la giornata: conoscere Vidal, l’uomo della medicina di Ollantaytambo. E’ buio e sono ormai le 19, ha senso andare ora? Forse meglio aspettare domani mattina?
Salutiamo e ringraziamo infinitamente la famiglia della Comunità Amalai, scambiandoci contatti ( li trovate alla fine di questo articolo), usciamo con la curandera  che con sè porta il suo prezioso bastone cerimoniale.
Noi ci consultiamo velocemente e sostenuti dall’entusiasmo e positività di Stefano decidiamo di continuare a cercare Vidal. Dobbiamo dirigerci nuovamente verso Ollantaytambo, siamo visibilmente troppo lontani rispetto alle indicazioni raccolte.
Ed è così che saliamo al volo su un furgoncino collettivo, ci stipiamo tutti vicini ed in piedi con l’attrezzatura, gli zaini, tenendoci in piedi malamente. Arriviamo a Ollanta e chiediamo nuovamente. Ora però sappiamo la direzione ( quella opposta a dove ci siamo diretti molte ore fa) e siamo certi della vicinanza tra il Centro Spirituale e la città. Saliamo su in “tuc tuc” ( motorino capace di trasportare ben 4 passeggeri!) a serata inoltrata, al buio, con in mano l’ormai imprescindibile panino al formaggio che più volte ci ha salvato da possibili digiuni. Dopo pochi minuti di viaggio, l’autista ci lascia su una strada poco trafficata, davanti ad una porta, spalancata. Mettiamo la testa dentro al giardino ma è tutto spento, nessuna luce attira la nostra attenzione. Non ci sarà nessuno? Sarà già a letto? Facciamo sentire le nostre voci, chiamiamo, ci rendiamo per quanto possibile “visibili” e poco dopo una voce ci risponde, dicendoci di entrare ed avvicinarci. Ma dove? Tutto intorno non si vede nulla, se non un piccolo lumino dal quale proviene la voce. Cominciamo a camminare in quella direzione.
Arriviamo davanti ad un’imponente Maloca, struttura che viene utilizzata tradizionalmente nelle cerimonie. Alla porta un uomo dalla piccola statura ci invita a toglierci le scarpe ed entrare.
Lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è a dir poco magico. La luce è molto soffusa, data da un timido bracere in mezzo alla stanza che continua a spegnersi e ad essere riacceso, tutt’intorno al fuoco diversi oggetti cerimoniali: pietre grandi, piccole, foglie, bicchieri, boccette dal contenuto particolare, cibo. Qualsiasi tipo di offerta, gran parte protetta da un buono stato di polvere. Intorno ai muri circolari della Maloca tanti cuscini, disposti con cura e ad un’uguale distanza l’uno dall’altro, come se fossero stati sistemati proprio per un imminente arrivo di qualcuno, di un numeroso gruppo di persone. A un primo sguardo non c’è nessuno. No, ecco, proprio a sinistra rispetto all’entrata c’è Lui. E’ visibilmente Lui, sul suo “trono” fatto di cuscini tradizionalmente tessuti con laboriosi intrecci, circondato da candele, foglie di coca, qualche pietra ed avvolto nel fumo di Mapacho. Vidal Ayala.
Ci invita, con un gesto, ad accomodarci sui cuscini armonicamente predisposti. Ci sediamo timidamente ed Alessandra, che tra di noi è quella che conosce meglio la lingua, comincia con tatto a spiegare chi siamo. Vidal ascolta, senza mai interrompere le sue parole, poi interviene, come se quello che gli stiamo dicendo non gli bastasse, come se volesse sapere di più da noi, come se volesse andare più in profondità in quello che gli stiamo dicendo. Il suo modo di rivolgersi a noi sembra brusco, freddo, autorevole e scostante. Molto risolutivo ci chiede, a turno, di fare un offerta al fuoco con le foglie di coca, di andare davanti al fuoco e dire perchè siamo qui. Ci alziamo uno alla volta e parliamo al fuoco, sollecitati dalle sue richieste. Ognuno di noi parla di sè, della sua “missione” in questo viaggio o forse, più in generale riprende ciò che sente come proprio mandato in questa esistenza. E’ un momento intenso, in cui ci troviamo noi stessi ad ascoltarci con maggiore autenticità.
Poi ci comincia a parlare direttamente, ci interroga, con una maieutica che cerca di tirar fori da noi ciò che conosciamo rispetto al “cammino spirituale”, alle cerimonie, alla cosmologia andina, all’esistenza dei guardiani dei diversi regni, all’utilizzo di piante mastre. Ci chiede e ci “insulta” come occidentali che hanno scordato delle proprie origini e come se fosse un mantra, come continuo intercalare nel discorso ci ripete ” dovete dimenticare, per apprendere..dovete dimenticare per apprendere..dovete dimenticare per apprendere”. I suoi discorsi ci fanno rendere visibile la nostra distanza da questo mondo “energetico” che lui sembra ben conoscere e custodire, e che dice essere sempre meno accessibile ai più. Si guarda intorno e dice: ” vedete, in realtà tutti sono alla ricerca di sciamani, di avere visioni con le piante ma chi è realmente interessato  a mettersi su un cammino spirituale? Guardate, nessuno. Sono spesso solo qui”. Nella lunga conversazione che dura qualche ora ci rivela anche una sua profezia: “nel 2020 ci sarà un grande cambiamento nel mondo e chi non sarà pronto non potrà fare il passo in avanti che verrà richiesto”.
Sappiamo che Vidal è stimato per la lettura delle foglie di coca. In questo viaggio non abbiamo ancora incontrato nessuno che sapesse utilizzare questa antica tradizione. E’ ormai tardi, ma proviamo a chiedere e lui esaurisce la nostra richiesta. A turno partecipiamo al rituale. Scegliamo le foglie ( che ognuno di noi ha comprato stamattina in città) e le adagiamo su un tessuto ricamato della grandezza di una piccola federa. Vidal chiude all’interno di questa le foglie, ci fa appoggiare entrambe le mani sopra e mette le sue sulle nostre. ” Chiedi tutto quello che vuoi sapere sulla tua vita”. Rimaniamo in concentrazione congiunta per qualche minuto. Poi le foglie vengono nuovamente portate alla luce e Vidal legge i loro messaggi. In base alla loro disposizione comincia a parlarci di noi, della nostra famiglia, delle nostre relazioni sentimentali, del lavoro…i suoi occhi sono incredibilmente dolci a vederlo da vicino.
Ormai è tardi, ci chiede cosa faremo per la notte e ci invita a restare. Decidiamo di rimanere, dove possiamo andare ora, con il buio in questi località sperduta?
Il suo “aiutante” di cui non sappiamo nemmeno il nome, ci fa accomodare in una cameretta umida e molto spartana. Facciamo tutti sogni vividi e complicati e alla mattina, dopo un saluto davanti ad una tazza di buon cioccolato, riprendiamo il nostro cammino.
Elena

 

Comunità Amalai:
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Alonso del Rio

La grande apertura al mondo dell’utilizzo cerimoniale di Piante Maestro porta con sé alcune insidie. Questa è una caratteristica tipica dei fenomeni che, da un ristretto gruppo di persone tenute assieme da legami etnici e culturali, si schiudono a quanti ne sentano il richiamo, amplificato dalle possibilità offerte dai media di conoscere ed informarsi e da quelle rappresentate dalla relativa semplicità logistica offerta dai migliaia di voli intercontinentali i cui costi sono ormai alla portata di molti.
Una lettura affascinante narra di come siano gli spiriti stessi di queste Piante che hanno sentito il bisogno di giungere con la loro aura curativa a tutti coloro che ne abbisognano. Le Piante sentono il dolore e lo squilibrio del mondo in cui viviamo ed operano la loro funzione propagando come spore al vento. Il problema è che queste pratiche sono diventate quasi una moda in certi ambienti, e la stessa ansia di consumo che ci caratterizza su altri fronti ha toccato anche questi lidi. Così vediamo l’Europa, gli Stati Uniti, la Russia e molti altri Paesi sedicenti civilizzati organizzare ogni tipo di incontri in cui le medicine sacre vengono utilizzate con presupposti che non gli appartengono. Un grande flusso di denaro e di menzogne, un numero crescente di sciamani che si autocelebrano come tali, di persone che cambiano vecchie dipendenze per le nuove versioni esotiche. Ed allo stesso tempo i luoghi tradizionalmente deputati a queste cerimonie popolari mutano forma per rispondere a questa nuova ingente richiesta, nel crescente disinteresse delle persone del posto, talvolta adulando il dio denaro più delle altre divinità che per millenni hanno presieduto al rito. Una serie di effetti collaterali si generano in questo processo, portando per esempio ad un sempre maggior scempio della Natura per procurare gli ingredienti necessari alla preparazione di queste medicine sacre: la liana chiamata Ayahuasca e le verdi foglie della pianta della Chakruna; il Wachuma, cactus meglio conosciuto con il nome San Pedro; il Peyote; il Mapacho; il Rapé; il Cambo che diversamente dalle suddette piante ha origine animale, provenendo dal liquido che un particolare tipo di rospo secerne quando si sente in pericolo…
Un’altra insidia da non sottovalutare si radica nel cuore stesso di questi dispositivi di cura. In essi si genera un’apertura ed un aumento esponenziale della sensibilità che espongono in maniera decisiva i pazienti ad energie e forze che possono toccare i recessi più profondi della psiche, rievocando ricordi di traumi, situazioni legate all’infanzia o addirittura al periodo pre-natale.
Se il curandero che guida la cerimonia può a giusto titolo definirsi tale, dispone di una conoscenza di questi movimenti sottili che lunghissimi anni di pratica e di trasmissione dei saperi gli hanno offerto in dono, e che orchestrerà accompagnando per mano i partecipanti nel riscoprire i sentimenti primordiali che ci caratterizzano e ci cullano. Se, al contrario, ciò che lo/la muove sono interessi di potere personale, di soldi o fama, e se manca dell’adeguata preparazione, quella che dovrebbe essere una cura si può trasformare in una brujeria che ben lungi dal lavorare per la fioritura dell’anima dell’iniziando/a, ne amplifica la prigionia assoggettandone i poteri e nutrendosene avidamente.
Questo per avere un quadro superficiale di un fenomeno complesso.
Fortunatamente molte persone cercano di arginare gli effetti nefasti di questa situazione. Non molto tempo fa per esempio una comunità indigena della regione di Pucallpa ha screditato pubblicamente uno dei molti santoni che imperversano in Europa e nel mondo capitanando un’organizzazione super ramificata. Altri, come il nostro Alonso del Rio, promuovo azioni di salvaguardia della selva con acquisti collettivi di terre e con una quotidiana e radicale divulgazione di presupposti culturali troppo facilmente barattati con la luccicante trama dei sogni veicolati dai pixel televisivi.
Alonso è nato e cresciuto a Lima. I suoi colori testimoniano della sua origine europea. Ma all’età di 17 anni sentendo un forte richiamo per l’Amazzonia e le sue tecniche di cura tradizionale ha deciso di trasferirsi in un villaggio nei pressi di Pucallpa e lì, per circa 13 anni, ha ricevuto una formazione completa da un curandero del posto.
Ad oggi celebra quasi 40 anni di pratica, vive con la sua compagna ai margini di un piccolo paesino del Valle Sagrado chiamato Taray, e tiene cerimonie per persone che giungono da ogni parte del mondo. E’ il Maestro della Pirucha, ed avendo piena fiducia in lei abbiamo deciso di bussare alla sua porta.
Salendo a piedi dalla piazza del paese, ad qualche centinaio di metri dalle ultime case ma già nell’abbraccio dei boschi, di fianco ad un fiumiciattolo grazioso, si ergono tre-quattro case di pietra dai tetti di paglia che formano un quadro degno di un racconto fiabesco.
La maloca cerimoniale ha una pianta circolare di oltre 12 metri ed un tetto che si innalza spiovente con una grande croce andina sulla cima. Dentro, colore su pietre, il nostro Wiracocha ci da il benvenuto. Alonso oltre ad essere un curandero è musicista e scrittore, ha creato insieme alla compagna una scuola gratuita per circa 80 bimbi dei villaggi limitrofi ed opera una fine sintesi filosofica fra cosmovisione e pratiche andine e saperi, diciamo, amazzonici.
Gli parliamo della nostra ricerca ed è davvero ben disposto a concedersi per alcune riprese notturne durante la cerimonia che si preannuncia per l’indomani ed alla quale parteciperemo. Ci sono tutti i presupposti per uno di quegli incontri definitivi che potrebbero dar vigore al viaggio e porre le basi per una collaborazione futura.
La cerimonia però, ahimè, si rivela essere molto al di sotto delle nostre aspettative. Il suo essere musicista lo ha portato a prendere distanza dagli Icaro della tradizione affidandosi a creazioni proprie in tutto e per tutto simili a ballate non prive di una certa carica malinconica. Per la mia mareación è quanto di meno indicato, e non riesco a sollevarmi di una spanna da una distanza estetica che proprio non mi cattura. Un grande dolore affligge la famiglia. Hanno un figlio di 10 anni in sedia a rotelle, con funzioni psichiche altamente sviluppate ma con un corpo che non risponde. Questa ombra deve aver condizionato pesantemente la loro vita ed è ben percepibile nell’aria. Parliamo di Carlo e delle sue ricerche con la vibrazione e le cellule staminali. Li metto in contatto auspicando un possibile tentativo di cura per il bimbo.
Visitiamo la scuola, registriamo alcuni dei loro canti e facciamo una bella intervista al direttore. Gli lasciamo quel che possiamo per comprare alcuni strumenti musicali e ci congediamo lasciando che il corso delle lezioni riprenda indisturbato.
Nel salutarci Alonso ci concede un’ulteriore intervista nella quale con grazia enuclea alcuni dei concetti fondamentali del suo lavoro transculturale.
Ne è valsa comunque la pena e chissà se in futuro le nostre vite non torneranno ad incrociarsi.
Grazie!
Yuri

Luna e Tattoo

Il ritorno a Cusco significa un nuovo repentino adattamento climatico richiesto al corpo nel giro di una notte. L’autobus quasi non ci ha concesso riposo. La persona seduta al volante ha sfidato le più basilari regole della buona condotta. Curva dopo curva, spingendo motore e freni al limite, ha portato al vomito una dopo l’altra molte delle persone sedute accanto a noi. Le membra dolgono quando il piede poggia sull’altura della capitale Inca, carichi dei bagagli che mano a mano si appesantiscono di nuovi utensili, ricordi e regali.
Un taxi barato ci conduce al Felix, ostello che ormai abbiamo eletto a dimora temporanea cui far ritorno fra una peregrinazione e l’altra.
Le sfilate di musica, danze e colori si sono ormai completamente impossessate del centro cittadino, letteralmente congestionato dall’affluenza di persone e dal traffico limitato.
Dopo una giornata in cui riorganizziamo umori e doveri Abel si offre di accompagnarci in una scampagnata mattutina fra le rovine poco conosciute poste ai margini dei circuiti ufficiali.
Il Tempio della Luna ci accoglie sulle alture di Cusco. Pietre lavorate secondo stili appartenenti a tre epoche diverse. Cunicoli e grotte, antichi altari cerimoniali. Intorno montagne verdeggianti, uno stagno cui offriamo un kintu di foglie di coca, edificato dagli Inca forse per l’approvvigionamento idrico della città. Abel ci insegna a tabaquiar con la pipa che molti anni prima Maestro Antonio gli aveva concesso in dono. Il sole a picco e le ore a passeggio si fanno sentire. Siamo tutti un po’ stanchi ed affamati ma ancora l’ultima meraviglia ci attende. Ci concediamo un bel momento di musica con tamburo, tzouras e quena preparandoci ad entrare nel luogo che la nostra guida introduce come il ventre della Pacha Mama, alcova di innumerevoli momenti di pregnante solitudine e raccoglimento.
Da una grande roccia il volto brunito di un indio incastonato in uniforme con bande rifrangenti e bastone da scalatore mozzo giunge ad interrompere i nostri giochi. L’aver oltrepassato un paio di recinzioni e cartelli che restringono l’accesso alla zona non incontra i suoi favori. Ci parla in modo secco ed un po’ scortese. Abel, che abita con la sua famiglia a non più di due chilometri in linea d’aria e conosce l’altura come le sue tasche non riesce a buttar giù il boccone amaro. Attimi di sfida ed incertezza. Decidiamo di acconsentire alle pedisseque ingiunzioni della guardia rientrando sui sentieri battuti e da lì nuovamente giù, verso le strade cittadine.
A sera un momento per me immaginato ed atteso per lungo tempo.
Cinque anni or sono decisi di concedere le carni della mia schiena al nostro Abel Zamorra, abilissimo tatuatore che incise nei miei circuiti nervosi l’effigie di quella che sentii immediatamente essere una configurazione per me destinale. Un grande disegno mochica raffigurante uno sciamano danzante avvolto da un grande serpente che con poderosa arcata ne circonda e custodisce la transe. In ciascuna delle due teste del serpente un volto di uomo decapitato, simbolo del sacrificio dell’ego. Quando, circa un anno dopo, in seguito agli eventi che in parte ho già accennato e che mi introdussero in una fase completamente nuova della mia vita, concepii il mio primo pellegrinaggio nelle sacre terre d’India, quel tatuaggio divenne il centro di una necessaria opera di ribilanciamento.
Avevo concesso tutto me stesso a quelle forze. L’arcana potenza del serpente si era impossessata delle mie membra infondendomi una creatività allo stesso tempo sacrosanta e maledetta.
Mi ero lanciato nella stesura di un film che aveva avviluppato nella sua trama la mia intera esistenza. Avevo rotto con il più grande amore della mia vita, lanciandomi in una sfrenata relazione con una donna che, mutando forma e colore a mio piacimento, si concedeva in paradisi artificiali tanto agognati quanto sofferti: un parossistico banchetto che il mio cuore non riusciva ad accogliere. La solitudine, un vuoto perfetto ed inscalfibile, una lacrima sospesa sui giorni che come una lenta agonia scorreva dinanzi alle palpebre stanche. Infine ritrovai forza e coraggio e decisi che avrei fatto il possibile per riconquistare l’amore perduto, trafitto dalla mia brama di vita.
Ad oggi posso dire di esserci riuscito, in parte grazie ai miei sforzi ma soprattutto per l’incanto del sentimento che la mia compagna ha saputo custodire in seno durante quella lunghissima notte.
Ma torniamo al pellegrinaggio indiano, nel quale vagabondavo in cerca di risposte che sapessero ricomporre il pantheon della mia esistenza andato in frantumi. Fu un personaggio di nome Lala, conosciuto sulle alture di Dharamkot, non privo di grandezza né di qualche residuo d’ambiguità. Dopo svariati giorni trascorsi insieme fra camminate ed insegnamenti yogici mi consigliò in tono messianico di porre come vessillo sul tatuaggio che domina la mia schiena il simbolo di colui che, nella danza, sente, concepisce e forgia ciascuno dei mille mondi che si avvicendano nell’eterno: Shiva Nataraja.
Ho dovuto attendere quattro anni ed il ritorno in Perù, affinché le abili mani di Abel potessero imprimere al di sopra di quel primo simbolo il tridente della divinità sul cui potere adesso i miei passi possono trovare fondamento e conforto.
La stanchezza accumulata ed il lavorio dei macrofagi schiudono la seguente giornata al sopraggiungere di uno stato febbrile. Mi avvolgo nelle coperte ed invoco un sonno che ristori corpo e spirito. Un altro passo è compiuto.
Yuri

Pensieri su Boca e dintorni

Siamo giunti ad un terzo del viaggio o forse siam già alla metà. Dualità e triade continuano ad accompagnarci. È forse tempo di ripercorrere alcuni dei momenti che fin qui hanno scandito il passo, mentre sempre nuove esperienze incalzano scostando veli, muovendo intenzioni e sogni, paure, fragilità che erompono dal corpo come un canto. Proverò ad immergere le mani nella sabbia dorata trattenendo per un piccolo attimo di contemplazione quanto scivola fra le dita.
Lima ci ha accolti con un gran frastuono di macchine, colori e voci. Molti arretrati per ognuno di noi ed il tempo necessario a riprendere forze dai preparativi del viaggio, ad aprire e chiudere corrispondenze, ad abituare anima e corpo alle nuove sensazioni. Le cure della seňora Jesus e della sua muliebre equipe hanno sicuramente segnato questo primo momento, così come le strade ed il mercato di Barranco, il ritrovato amore per i jugos, le pozioni magiche e la sovrabbondanza che senza requie la natura continua ad offrirci nonostante gli abusi.
Cusco ci schiude ad un abbraccio prezioso, trame complesse, mitologemi e riti, danze, musiche e colori sgargianti nelle strade assediate dall’ebrezza dell’imminente Festa del Sole. Giungono da ogni parte dell’antico Incanato ad omaggiare il Qosqo, l’Omphalos, il centro di quel pregnante universo di senso che ha lasciato sbalorditive tracce nelle mura, nelle magiche configurazioni topografiche, nelle pietre, nella cosmovisione. Tutto ancorato in semplici pratiche sorrette da tre elementi chiave: le foglie di coca, la chicha ed il pane andino.
Dalle alture del Valle Sagrado, dalle meritate spine di Qoyllurrit’i, un autobus corre notte tempo in una folle discesa verso il ventre della selva.
Puerto Maldonado. Settimane di pasticche Ayurvediche ci preparano al contatto. Dicono che purificando il sangue ed i vari sistemi dell’organismo la fregola delle zanzare che fan man bassa di fragili carni straniere dovrebbe placarsi. Sovrabbondanti spruzzate di lozioni giungono a rinforzare il concetto ed allontanare i vari fantasmi legati alla punta acuminata di quei piccoli insetti.
Sosta brevissima in città e via, sulle acque del Madre de Dios, guidati dalla figura bassa e nerboruta del Maestro Alberto. Tiene salde le redini della lunga lancia di legno che un motore scoppiettante ci sospinge in un paesaggio a dir poco surreale, fra grandi alberi che vegliano sul letto del fiume, interi declivi fracassati a valle e riassorbiti nel flusso, tronchi giganti che minacciano la chiglia ed un immaginifico universo di creature che popolano quelle acque color terra, ad una spanna sotto di noi. Alberto è un esponente di spicco nel villaggio di Boca Pariamanu, conclave di etnia Amahuaca che qui trovò rifugio dal trattamento bestiale che i conquistatori gli riservarono nella loro zona di origine, nei pressi di Pucallpa.
Elena, un’amica di Alessandra, ci ha fornito questo contatto. Siamo tutti in attesa delle cerimonie che per qualcuno sono iniziazione, mentre per me raffigurano un ritorno, dopo quasi cinque anni, a quelle latitudini dell’anima e del mondo che hanno acceso la mia vocazione agli studi ed alle pratiche che compongono la mia vita molti anni or sono.
Il villaggio che ci accoglie è come un giardino custodito in seno alla giungla. L’esperienza della povertà, della perdita delle più basilari sfumature della dignità umana, della propria lingua, delle pratiche e del pantheon dei propri antenati protettori – forse tutto questo, mi dico – ha insegnato loro il valore della condivisione, della convivenza pacifica e del lavorio quotidiano scrupolosamente indirizzato al miglioramento delle condizioni di vita quotidiana.
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Vi è acqua potabile che sgorga da una sorgente incanalata ad un paio di chilometri dal piccolo agglomerato di capanne di legno e foglie di palma; vi è una scuola, una classe unificata che fornisce le conoscenze di base in varie materie, spingendo i più grandicelli ad aiutare i bimbi, maneggiando numeri, regole grammaticali, riscoprendo i rudimenti del proprio idioma perduto, rinnegato dalle generazioni passate per il terrore delle minacce dei padroni; vi è un piccolo stagno artificiale, per allevare e nutrirsi di quel pesce che l’avida caccia all’oro, con i piccoli e grandi appostamenti minerari che sondano i fondali dei fiumi, hanno contaminato, sterminato, estirpato con violenza al ciclo alimentare regolato dalle leggi della natura; vi è un giardino di piante medicinali, creato e custodito da oltre venti anni. Boca Pariamanu si autogestisce, sostenuta in parte dal governo in parte da alcune ONG che aiutano i suoi abitanti a non farsi sfruttare nel commercio delle “castagne”, a tutelare i propri territori dai selvaggi disboscamenti dovuti all’industria alimentare o a quella del legname, a formare figure in grado di scrivere progetti, dialogare con le istituzioni, uscire dall’isolamento forzato che per secoli ne ha minacciato la sopravvivenza.
In questa dimensione, al limitare della notte, il Maestro ci introduce al contatto con la bevanda sacra. Questa prima esperienza con Alberto è per me scandita dal sentore cristallino di essere in un luogo protetto, che si concede come un tappeto magico affinché ognuno di noi si collochi in posizione comoda allo schiudersi dell’antico sipario. In questo banchetto ultramondano, dopo i primi caleidoscopici arabeschi che celebrano la vibrante tessitura del reale, mi trovo a disquisire in modo diretto ed inequivocabile con svariate anime di persone che hanno popolato o popolano la mia vita. Vedo ed accarezzo l’anima di mia madre, come un incantevole uccello dal bianco piumaggio lievemente striato da riflessi bluastri. La sento intimorita, nascosta dalle sue stesse ali per paura che chissà quale antico dramma si rinnovi minando il suo volo. Cerco di infonderle un po’ di calore e le creo una sfera di protezione tutt’attorno affinché i ripetuti attacchi subiti in vita non si ripresentino.
Tiro fuori denti ed artigli contro le figure che minacciano non solo la sua, ma anche la mia anima e quella di ogni persona che muova genuinamente verso la bellezza e la magia della vita.
Mi trovo ad affondare gli artigli nel collo di una persona che so essere potente ma che temo porti in seno macchie di bassezze erotiche che rischiano di intaccare la profonda armonia del suo dono al mondo. Dopo tale gesto sento di dovergli delle scuse. Non lo conosco abbastanza e non posso esserne certo. Confesso la mia giovinezza, mi prostro, ma non ritiro neanche una parola di quella minaccia sorretta dalla forza del drago bianco che protegge la mia via e che si innalza sopra di me cospargendo la mia pelle di infiniti brividi. Lotto con mio padre. Ci rincorriamo in un grande prato buttandoci a terra, provando le nostre forze, abbracciandoci. Lo imploro di non cedere a quelle forze che anch’io conosco e che rischiano di bruciare quanto si trovi attorno. Riconosco il suo amore immenso, il fremere della sua iride, la sua rinnovata gioventù.
L’anima dolce che vorrei al mio fianco in questo passaggio terrestre si mostra ferita, l’antica piaga non del tutto sanata. Apro le braccia offrendo quanto sono, il potere delle mie mani e della mia mente, il mio corpo cosparso di cicatrici e simboli. Lascio che si ritiri, è giunto il tempo che quanto deve accadere accada. Il mio voto è nei venti ma devono essere le sue mani a volerlo afferrare.
Altre anime di persone care, momenti che ritornano a stringermi il petto. Quanta meraviglia vissuta e troppo facilmente obliata, quanta immensità tradita da debolezze insidiose e timore d’aprire il cuore alla terra ed al cielo. Siamo esseri partoriti nell’estasi. Questo è il nostro regno. Il calcolo non ha mai saputo offrire più di un miserevole risultato. Ma questo fremito non si placa in una formula, questo desiderio bruciante non può essere inchiodato all’analisi né alla croce. Vorrei che la meraviglia che ci attraversa ad ogni istante mostrasse a tutti, per un attimo di infinito amore, ciò che veramente siamo. Vorrei…ma forse un qualcosa di arcano e misterioso deve ancore compiere la propria danza affinché la grande ruota torni ad accordarsi su questi principi.
La cerimonia segue cauta verso la sua fine. Il canto del Maestro ha reso tutto ciò possibile. Non ci ha sospinti nel trapasso di mondi che ho conosciuto altrove, né ha sollevato immensi scenari, trasfigurazioni, catarsi. Comprendo la sua scelta alla luce della gentilezza forse dovuta all’iniziazione di Alessandra, per la quale era la prima volta, o di Elena, che si trovava imbrigliata fra due mondi non riuscendo a risolversi, ma un qualcosa dentro mi fa presagire che le motivazioni covano altrove e che forse, sia per loro che per me, altri sospiri ci attendevano, inappagati nella notte.
Il giorno seguente trascorre carico di sensazioni ed esperienze preziose. Ci addentriamo nella selva con Alberto, armati di machete, stivaloni, lozione anti-zanzare, acqua e frutta secca. Andiamo in cerca degli ingredienti per preparare l’Ayahuasca. Questa bevanda inebriante, nella ricetta locale, è composta da quattro elementi.
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L’omonima liana, la Chakruna, le foglie di Palmilla ed un altro arbusto rampicante del quale non ricordo il nome. Camminiamo per oltre un’ora in cerca del luogo in cui le verdeggianti foglie di Chakruna ci attendono, emanazioni di un fusto sottile che si piega nelle mani del Maestro. Le stacchiamo una ad una riempiendo una buona busta di plastica. Sono queste, a detta del Maestro, che spingono la visione lontano. Al ritorno sostiamo innanzi ad un altissimo fusto di albero al quale ci viene consigliato di poggiare le mani, in uno stato meditativo, per permettergli di ripulirci da scorie ed energie negative. E’ poi la volta dell’ormai famosa liana, il cui spirito sembra responsabile del mareo, stato di equilibrio precario e forte permeabilità alla dimensione seconda che caratterizza questo tipo di cerimonie. Alberto taglia undici pezzi di liana da un gigantesco albero abbattuto tanto per raccoglierne l’Ayahuasca quanto per farne legna da costruzione per le capanne del villaggio. Il dodicesimo pezzo tocca a me. Cerco di imitare il gesto tagliente ed efficace del prestante avambraccio del 57enne che ci guida ma occorrono più colpi per portare a termine l’opera. A poca distanza dal villaggio, sulla via del ritorno, raccogliamo gli altri due ingredienti, entrambi utili a stimolare ulteriormente la visione ed a limitare gli effetti negativi per chi, come noi, non ha seguito una dieta ferrea prima dell’ingestione. Uno strano esserino animale, mezzo scoiattolo mezzo vattelappesca, sosta intorpidito sulla via. Alberto lo avvicina con curiosità quasi infantile, lo muove delicatamente con un bastone. Ci rendiamo conto che non sta bene. Il Maestro mi chiede del tabacco per sbuffargli del fumo tutt’attorno, convinto come molte persone in questa assurda terra che questo allontani le influenze maligne. Inizio a crederlo anch’io, mentre l’animaletto sembra ritrovare un po’ di forze mangiandosi addirittura un pezzetto di albicocca secca che gli offriamo. Dopo un pranzo rapido nella maloca adibita ai pasti ci addentriamo in un’altra parte di selva, attrezzati con un pentolone e poco altro. Lì, oltre un campo di manioca, di fianco ad un rivo dal quale attingiamo acqua, accendiamo un fuoco sul quale mettiamo a bollire l’intruglio per svariate ore. Fin quando, dei circa trenta litri di acqua, non restano che tre litri scarsi.
La seconda cerimonia è un tête à tête con il Maestro sotto l’occhio della videocamera di Stefano. Per approfondire la nostra ricerca scientifica abbiamo bisogno di filmare almeno due minuti del corpo di Alberto e del mio nel pieno della transe, per poi analizzarli al ritorno in patria con una tecnica chiamata hyperspectral imaging, capace di cogliere le variazioni nei profili vibrazionali delle cellule, con la relativa emissione di fotoni, fino a 2-3 centimetri sotto pelle. Con questi dati potremmo gettare maggior luce sui mutamenti che avvengono nell’organismo durante questi antichi rituali di cura tradizionali.
Predisponiamo il setting per l’occasione. Su una lastra metallica dispongo 7 candele, Sté monta treppiede e luce di supporto. La toma ha inizio. La bevanda da noi preparata ha un gusto pungente ed acido, come quella del giorno prima ma non fermentata. I minuti scorrono. La stanchezza si fa sentire. Lentamente i lievi arabeschi si insinuano nella capanna, quasi a sbirciare quanto si appresta. Vengono e vanno, indecisi. Il Maestro è accasciato. Non da molti segni di vita. Più passa il tempo più temo che, forse per le luci o per la bevanda troppo fresca, non succeda un bel niente. Una figura femminile accenna alcuni passi di profilo innanzi a me. Sembra uno spirito silvestre che si vela il volto con la mano prima di svanire nella semioscurità tradita dalle candele. Capisco il messaggio. Le spengo. Ma la deboli immagini che affiorano rafforzano i miei timori. Il mareo non giungerà a sollevare i veli alla notte. Alberto russa. Delusione. Provo a stento ad addormentarmi. La bevanda è comunque in circolo dentro di me, inattivata. Questo pensiero m’inquieta leggermente. Mi giro e mi rigiro fra le lenzuola, fuori i rumori della giungla, sinfonia che sembra estendersi all’infinito. Finalmente la tensione nelle membra si placa, le palpebre ascondono il roteare delle pupille, il sonno mi rapisce ai pensieri.
Le visite nei territori del villaggio rallegrano le nostre giornate. Andiamo a fare delle riprese nella scuola. Alcuni dei bimbi ormai ci conoscono e sorridono. Il tempo ha un movimento tutto suo. I sonni profondi, tempestati da sogni, le giornate raccolte in quel fazzoletto di terra conquistato con grazia alla selva. Resta un’ultima cerimonia, anche questa in solitaria con Maestro Alberto.
I dubbi sulla potenza del suo Icaro (canto cerimoniale) ormai condizionano un po’ il mio stato d’animo. Cerco di eliminare i possibili ostacoli ad un’esperienza piena. Mangio regolare, evito gli zuccheri che sembrano nascondersi ovunque. Chiedo al Maestro se possiamo utilizzare la bevanda della prima sera. Luci, naturalmente spente.
Il setting stavolta è diverso. Siamo nella dependance della capanna di Alberto.
La notte è particolarmente fredda e nuvolosa. Qualcosa turbina nell’aria ed un lieve sentimento d’inquietudine smuove la tenda posta alla bell’è meglio all’entrata della capanna. Ad ogni soffio di vento si alza a lambire il centro della stanzetta. Mi viene da intervenire, bloccandola con una tanica piena di gasolio ed uno sgabello. Il maestro acconsente.
Quando, dopo circa un’oretta dalla toma, eseguita con tanto di offerta alla Pacha Mama, preghiera e tabaquiada, gli effetti si iniziano a sentire mi rendo immediatamente conto di essere solo. Non percepisco la presenza di Alberto. La stanza è minuscola ma con l’oscurità e lo stato alterato non capisco se è lì presente, sepolto in un sonno senza fine o se forse è uscito per attendere a qualche evacuazione. Una serie di esserini stile Miyazaki, ma di derivazione notturna e d’origine incerta, sembrano succhiarmi i liquidi organici. Dei liquidi fluiscono dagli occhi e dal naso. Sento un prurito in varie parti del corpo. Assecondo le sensazioni che sembrano muovere verso una pulizia ossequiosamente organica, più che animale, poco controllabile. Da questi strani servigi lo scenario muta sensibilmente e due esseri che intravedo, più grandi, vestiti con stoffe pesanti, sembrano accompagnarmi in un’ascesa. Come arpionato al petto, con la schiena ricurva, sento le mie membra salire. Qualcosa in alto, oltre il tetto della capanna, sembra schiudersi. Ho un dubbio nel cuore e non riesco a trattenere una domanda schietta. Voglio sapere chi sono quelle figure, cosa vogliono da me e dove mi stanno portando. Il tempo si ferma. Non voglio negare né la potenza di quanto sta accadendo né l’opera dei due esseri che mi assistono, ma già una volta, in quella prima iniziazione, forse ho accantonato qualcosa di veramente prezioso per seguire l’incalzare degli eventi ed oggi, più carico d’esperienza e con un’intenzione più levigata e chiara, non muoverò un passo che non sia verso il cuore. I contorni della stanza riaffiorano. Un canto debole, frammisto ad una glossolalia sonnolenta giunte dall’angolo dove Alberto è disteso. Iniziano a venirmi alla mente pensieri poco piacevoli. Rivedo alcune facce delle genti del villaggio, mi tornano alla mente cognomi che stranamente si ripetono. Penso ad una conglomerazione di consanguigni che pagano pegno a potenze oscure. Mi sento a disagio, quasi in pericolo. Dall’interno delle mie labbra, con serena decisione e senza ombra di dubbio pronuncio: “Io sono Gesù”. Non so da quale meandro tali parole affiorino, sta di fatto che la figura di un Gesù con la dignità del guerriero ed i colori argentei compare innanzi a me facendomi sentire chiaramente che avevo il potere di usare la sua spada luccicante qualora ne avessi avuto il bisogno.
Decido di lasciare la capanna. Alberto biascica qualche parola, dice di essere mareado, preannuncia che gli effetti dureranno ancora a lungo ma acconsente alla mia dipartita, aggiunge che riuscirò a farcela anche da solo. Ringrazio e mi congedo.
Uscito dal piccolo antro divenuto angusto trovo la selva. Ricordo la strada ma tutto mi sembra animato, ed in effetti lo è. Le piante si muovono nel vento, il cielo color piombo e cenere sovrasta il piccolo sentiero che a stento riconosco. Sento il sopraggiungere della paura, mi calmo. Un qualcosa veglia su di me, nonostante siano molte le possibili insidie che la mente con assurda velocità passa al vaglio. Mi faccio forte, dalla bocca alcuni suoni emergono e quasi illuminano i miei passi.
Giungo alla maloca nella quale si cucina e si mangia congiunti. Una fame atavica mi attacca le viscere, scruto le pentole ancora disposte sui fornelli. Resti della cena che non ho consumato per tenermi leggero per la cerimonia. Affondo il cucchiaio nell’oscurità della pentola rischiarata dalla luce che porto in fronte e riempio la bocca di lenticchie fredde. Il sapore non mi convince ma lo stomaco geme. Continuo a ripetere il gesto altre due, tre volte mentre il cibo lentamente scende.
A quel punto, con la stanchezza che sopraggiunge, raggiungo la capanna-dormitorio senza pareti, aperta alla notte silvestre. Scosto la danzariera e penetro. Momenti interminabili in cui il mio corpo continua a contorcersi lievemente ma senza sosta. Non trovo requie, mentre quanto ho ingerito minaccia di ripercorrere il cammino a ritroso. Un attimo di panico, non trovo la luce, proprio nel momento in cui l’evacuazione si annuncia. Sento dei movimenti nel letto di fianco al mio. Alessandra sembra sveglia. Le chiedo una luce e proprio in quel momento sento la plastica fredda della mia sotto l’avambraccio. Mi scuso e velocemente esco da lenzuola ormai sgualcite e zanzariera. Non riesco a raggiungere i bagni. Un conato di vomito mi inchioda a mezza via. L’erba accoglie un immenso rigurgito ben più parco delle poche lenticchie introiettate nell’organismo. La bevanda sacra adempie a quel compito che spesso presenta. Mi induce a rigurgitare quanto ho nello stomaco in due, tre, quattro movimenti di una certa sfumatura sonora.
Il desiderio di lavarmi denti e bocca mi riporta nel locale adibito a cucina. Li riempio un bicchiere dalla grande tanica d’acqua potabile e lo spazzolino fa il resto. Mi siedo. Guardo ed ascolto quanto mi sta attorno. Senza pensare mi alzo prodigandomi in un esercizio fatto migliaia di volte negli ultimi dieci anni di pratiche fisiche. Una sorta di saltello sul posto, senza levare i piedi da terra, tenendo presente lo hara, o centro, e lasciando che il corpo come e gli organi in esso disposti seguano l’impulso. Minuti interminabili che mi rafforzano gradualmente e sembrano allontanare quanto minaccia la mia tranquillità. Lentamente anche la voce si insinua. Non so quanto tutto ciò sia durato. So soltanto che ho esplorato attraverso corpo e voce, canto e danza, svariate possibili interazioni con i fantasmi della selva. Uno su tutti, l’otorongo, re indiscutibile dei dintorni: il giaguaro. Percepisco senza dubbio alcuno che la paura che emana dal corpo funge da richiamo. La estirpo, la brucio, la trasformo attraverso la colonna vertebrale trasformandola in melodie cariche d’armoniche e virtuose vie di fuga che fortificano membra e spirito.
Dopo un ennesimo incontro con Alessandra, anche lei insonne, seppur sobria, dispongo ciò che resta delle sette candele della sera prima ed addolcisco i toni della mia cerimonia solitaria, inaspettata iniziazione ai poteri necessari ad affrontare una notte nella selva con lo spirito dischiuso alle miriadi di anime che la popolano.
Al mattino seguente, dopo i saluti con le persone del villaggio, la lancia di Alberto torna a solcare le acque del fiume per riportarci verso Puerto Maldonado. I pensieri negativi su lui e la sua gente sono dissolti. Intimamente lo ringrazio per quanto è stato. So che stavo cercando quella prova, e lui, con la sua premurosa assenza l’ha resa possibile. Ho appena il tempo di raccontargli quanto accaduto. Dondola la testa in segno di assenso. Mi dice che, se mai lo vorrò, la pianta ha mostrato che posso intraprendere il cammino sciamanico. Le sue parole mi riempiono il cuore. Ripasso in rassegna quanto lui ed altre persone fanno per la comunità ed il sogno condiviso che questa rappresenta. Mi stringo un po’ nella giacca per coprirmi dal vento che accarezza le acque color della terra.

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Grazie Maestro.
Yuri

Boca Pariamanu

Puerto Maldonado, comunità di Boca Pariamanu. 15-20 giugno 2017

Dopo tanta altura, ci aspettano delle intense giornate nella selva. Al porto di Puerto Maldonado incontriamo Alberto, presidente della comunidad nativa dove siamo diretti; lo conosciamo tramite Elena, un’amica che è partita 8 mesi fa per il Perù e che, dopo una ricerca paziente e profonda, è arrivata a incontrare il maestro di Ayahuasca che sperava.
Alberto ci accoglie con un sorriso, con quella dolcezza semplice e schietta che avremmo imparato a conoscere in questi giorni insieme. Un’imbarcazione lunga e stretta ci aspetta per salpare, saltiamo su; riforniamo il carburante a una piattaforma vicina, c’è qualche altra persona sulla barca. Alberto viene a sedersi fra noi ed a me si fa già chiaro che sarà una guida solida e amorevole.
Dopo quasi due ore di una piacevole risalita controcorrente del fiume Madre de Dios, che poi si immette nel Piedras, il vento mite ci accarezza i volti e i capelli, Stefano si mette a prua per riprendere le miniere d’oro che ci indica Alberto, gli uccelli… viaggiando fra le due sponde frondose, intuendo già la foresta fitta che aspetta solo di essere esplorata, giungiamo alla comunità nel primo pomeriggio: c’è un bel caldo e una luce rincuorante.
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Dopo tanta penuria d’ossigeno nei paesaggi montuosi pur incantevoli che ci hanno ospitato finora, tanta vegetazione viva, verde e rigogliosa emana nutrimento e ossigeno, che assorbo con voracità: mi sento un leone!
Divoro con entusiasmo i tanti passi che dall’attracco ci separano dalla nostra Maloca, in fondo alla comunità, e sento che anche i miei compagni di viaggio sono in forma.
Il luogo a noi dedicato è una maloca con struttura di legno e tetto in foglie, aperta sui lati; i letti sono a castello e i bambini della comunità subito ci fanno le feste e ci aiutano a sistemarci e a montare le zanzariere, essenziali per poter convivere in armonia con gli insetti che animano il luogo.
Di fronte alla nostra maloca, una simile adibita a cucina e sala da pranzo.
Alle 17 si fa già buio, tra un paio d’ore si mangia.
Sono giorni di pace, di comunione con la vegetazione, di scambi amichevoli con bimbi e adulti della comunità, che ogni tanto vengono a trovarci nella maloca o che incontriamo durante le nostre passeggiate nella selva.
Dormiamo a lungo durante la notte, la ninna nanna si compone dei suoni della foresta che è a due passi, dei versi degli uccelli notturni, i ranocchi e chi sa quali altri esseri.
La vita nella maloca e in generale nella comunità è spartana eppure così essenziale.
La comunità di Boca Pariamanu, col sostegno del governo e soprattutto di alcune Ong, è impegnata già da vari anni in piani di creazione e implementazione dei servizi, fra gli altri il commercio delle noci castagna, il miglioramento del pozzo per la fruibilità di acqua corrente, e il piano formativo ed educativo.
A scuola si va solo alcuni giorni a settimana, quando c’è la maestra e il maestro di Amahuaca, idioma autoctono dell’Amazzonia, che sta andando perduto ma sono proprio i bambini a riportarlo in vita; lo imparano infatti fra i banchi di scuola.
C’è una classe unificata per tutti e nove i bimbi del villaggio, di diverse età.

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Facciamo visita ai bambini durante una lezione, ci guardano contenti e sorpresi, come fossimo alieni, con quegli aggeggi che sembrano cannocchiali che puntiamo verso di loro. La maestra ci racconta il suo lavoro in un’intervista.
Le nostre giornate passano fra escursioni nella foresta e nel bosco, guidati da Alberto, che ci racconta delle piante e degli alberi che incontriamo, del loro impiego terapeutico, del dialogo aperto e costante fra le piante stesse e i membri della comunità, e momenti sonnecchiosi di profondo e pacifico riposo: siamo rigenerati.
E’ venerdì, il nostro secondo giorno, e finalmente anche il momento dedicato alla toma di Ayahuasca.
Tanti mi avevano descritto la loro esperienza con la Maestra, la profondità del dialogo, la potenza dell’allucinazione a servizio della realtà.
Indicazioni utili, che ho benedetto durante il viaggio perchè hanno contribuito affinchè potessi contare su una mappa chiara nella quale potermi muovere con fiducia, nonostante il sentiero radicalmente nuovo e sconosciuto.
La cerimonia si compie nella stessa maloca dove dormiamo, non viene dedicata molta cura all’aspetto rituale né spaziale, ma io mi sento al sicuro, mi fido di Alberto, sono emozionata e ho un filo di paura, che è più un gusto per l’ignoto che sta per rivelarsi.
Seduti accanto a me ci sono i miei compagni di viaggio, più in là c’è Alberto, custode della comunità e chamàn, che si appresta a guidare la cerimonia; di fronte a noi, appoggiati ai pilastri della maloca, adiacenti al giardino, i suoi fratelli.
Ci ha spiegato che ogni tanto “ellos también toman, cuando estén enfermos, pa sanarse”.
Salud con todos”: beviamo.
Ayahuasca è amara e un pò acida, ha un retrogusto legnoso e limaccioso; fin da subito lascia intendere il suo carattere deciso, generoso ma anche molto esigente.
Per lunghi venti minuti non succede niente, poi comincio ad avvertire un lieve formicolio alla labbra.
È buio.
La realtà, l’oscurità, comincia a lasciare il passo a delle sensazioni intense, le sento allo stomaco e in tutto l’addome, come onde che cominciano a smuovermi.
Poco a poco, e poi d’improvviso, cominciano le visioni.
Tanta novità nella tessitura delle immagini, nei codici, e nei significati quasi mi spaventano.
Ma Lei non vuole spaventarmi, e neanch’io lo voglio. Così una voce dolce dal di dentro comincia a rassicurarmi, mi sorprendo ad accarezzarmi il petto e la pancia, presa da un grande desiderio di lasciarmi condurre.
Finalmente sento che non sono da sola, e che quello che ho appena intrapreso è un dialogo profondo.
Una presenza con forma di pianta, di liana, di elica carnosa che si avvolge in spirali che mi invitano ad entrare è colei di cui mi hanno parlato.
“Stai tranquilla, va tutto bene, stai serena”, continua a ripetermi una voce, la mia, dolce e rassicurante. Sento un profondo desiderio di lasciarmi andare.
Come un tuffo, tutto comincia.
Turbinii, colori, forme di una densità inedita che individuo come spiriti mi accolgono; molti li conosco, sono spiriti che si manifestano anche nella mia realtà, come persone, come cari amici, come la mamma, il papà, mio fratello.
Intanto, non smette mai di vibrare la trama di fondo, fatta di presenze vegetali, consistenti, amiche.
Riesco a vedere e a sentire le anime dei miei cari, dei miei amici, di personaggi che mi hanno dato istruzioni tempo fa e che ritrovo con piacere; chiunque incontri mi fornisce protezione e contribuisce a rendere il mio viaggio, pur intenso, cullato e rassicurante.
Capisco che solo con presenza e concentrazione profonda posso tenere vivo e denso il dialogo; sono sempre più immersa, e presente.
La pianta comincia a parlarmi, a spiegarmi, a fornirmi indicazioni chiare e inequivocabili;
individua una ferita, un vuoto di valore che io stessa ho creato, con dolcezza mi mostra un fiocco, che si fa nodo, e chiude la ferita.
Anche quando più tardi vorrò tornarci, mi dirà: “Lo abbiamo già chiuso, è sanato, è passato”.
La meraviglia è alle stelle, a volte mi sorprendo a esprimerla con risa piene e fragorose, almeno così mi sembra.
Il mio corpo, dopo una prima lunga fase estremamente intensa, al limite fra l’eccitazione e la paura, mi chiede di sdraiarmi; la pianta premia il mio coraggio, l’essermi concessa senza riserve, con sensazioni di piacere capillare, mentre convulsiona, mentre la bocca è spalancata e il respiro è pesante, anch’esso inedito.
Oscillo fra la propriocezione e visioni, poi mi concedo totalmente ad esse.
La nascita dell’umanità, le grandi masse oceaniche, l’universo, il centro del respiro costruito apposta per essere stimolato e accedere a stati coscienza amplificati, spiriti, morti, trame, ragnatele, piante: di tutto ciò brulica il mio mondo adesso.
Intanto Alberto mi rinfresca con fumate di Mapacho, tabacco curativo, e comincia a cantare canti dolci, delicati, de sanaciòn; invoca il doctorsito, “que le saque todo el mal, todo mal sacale, todo mal botale”.
Non credo alla potenza di tale canto, così soffice, all’effetto che ha sul mio corpo, che comincia ad agitarsi in direzione di Alberto, come se venisse risucchiato, pronto a cedere tutto il “male” che ha accumulato; mi viene tirato fuori dalle gambe e dalla pancia, delicatamente, come si opera un bambino con un bisturi e intanto gli si canta una ninna nanna.
Ma la pianta mi fa capire che non userà bisturi con me, che l’operazione sarà delicata, neppure mi fa vedere che tipo di “male”, solo me lo porta via, suavemente; è gentile, e anche se siamo nel profondo, negli abissi dell’anima, sta giocando con me.
Mi tranquillizza pure che non vomiterò, che quello non è il mio canale di escrezione, e che non devo temere né proteggermi mentre gli altri emettono conati provenienti da chissà quale abisso, ma anzi devo sostenerli; me lo insegna in un battibaleno.
Sempre più a mio agio, sempre più serena e coccolata, la Maestra comincia a rispondere ancora più limpidamente alle questioni che, prima razionalmente, e adesso direttamente durante il nostro dialogo, le sottopongo.
Devo continuare con gli studi intrapresi? Faccio bene a fare la psichiatra? Ho scelto la strada giusta? Sto celebrando il mio talento?
Devo dare alla musica più ascolto?
La Maestra, come accarezzandomi, come la più dolce delle Madri, risponde a queste mie domande frammentarie con un messaggio semplice, unitario e potente: tu sei uno spirito della Terra, provieni dalla Terra, hai i capelli scuri come la terra.
Sei un’anima protettrice, del focolare domestico, di chiunque ti stia attorno.
Tu sei abilitata a dare la vita e a proteggerla, e questi sono gli strumenti che hai a disposizione.
Le persone hanno tutte un ancestrale bisogno di essere cullate, di essere rassicurate, tenute al sicuro.
Tu sei investita di tali doti, e non importa come tu decida di praticarle: puoi essere medico e curare con le piante, con le parole e le carezze, puoi essere musicista e cullare coi suoni, con la magia di una melodia, non importa. Puoi fare quello che vuoi, scegli come meglio senti, questa è una tua responsabilità. Non aver paura, ma vai a fondo al tuo richiamo, ascolta la tua voce con estrema attenzione.
Il messaggio è semplice, potente, unificatore: mi sento ancora più avvolta dentro a un utero materno, fecondo, mi sento accettata e celebrata dalla vita, mi sento al centro dell’universo, e che da questo centro posso emanare amore e tendere ponti.
A qualsiasi latitudine, e soprattutto a casa, dove in realtà c’è già tutto; sento forte l’importanza di restare, dopo essere andati, di costruire dove le mie e le nostre radici affondano.
Con la stessa inequivocabile chiarezza, la Pianta mi comunica, rivoltandosi, girandosi di schiena con le sue liane, le sue eliche, che non c’è bisogno che continui a incontrarla, che questo messaggio è prezioso ma che non devo cercarlo ancora, non ce n’è necessità, ha davvero risposto profondamente ai miei dubbi.
Capisco, perchè intanto continuo a vedere, che nella realtà, e ancora di più in dimensioni più sottili, ci muoviamo insieme agli altri lanciandoci segnali, come delfini negli abissi, come uccelli della foresta.
Mi viene mostrata l’importanza di cogliere tali segnali per orientarsi, e l’aspetto ancora più prezioso che è tendere un ponte, lanciare un segnale a chi è disperso, a chi ancora non sa andare, o magari non sa tornare.
Capisco in un lampo le parole del mio mentore, psichiatra, quando mi diceva:
“Lo psichiatra è colui che è capace di creare una mente di coppia, che riesce ad andare dove un altro è intrappolato, a entrare in quella dimensione Altra e, con appropriati segnali, con amore, riesce a ricondurlo a una dimensione più umana, più sana (forse)”
Continuo a vedere e sentire anime, vendo e sento anche quelle dei miei compagni di viaggio, che percepisco sempre vicini accanto a me e intuisco siano al sicuro, nonostante l’esperienza a tratti destabilizzante.
Continua a rinforzare il messaggio del confortare, del cullare; mi mostra chi ho lasciato solo, pur non volendo, chi non ho confortato abbastanza. Mi chiarisce che nessuno va giudicato, che devo muovermi con estremo rispetto nelle vite altrui. Mi viene da chiedere perdono dal profondo. Lo sento nel cuore.
È l’una e mezza, abbiamo bevuto ormai 5 ore fa, tutti sono già a letto ma Alberto è ancora a cantarme e a tabaquearmeporque la chica està todavìa borracha”, dice ai fratelli che lo aspettano per andare a casa, stanchi morti e anche loro carichi di fresche visioni.
Lo tranquillizzo e lo lascio andare a dormire, sono ormai le 2 di notte, sono ancora fuori dal mio letto e le visioni sono ancora vivide.
La foresta parla, ed io ascolto.
Poco a poco cerco l’equilibrio per rialzarmi, lo conquisto, vado in bagno, do un’occhiata alle stelle per orientarmi e poi mi tuffo in un sonno profondo, protetta nella mia zanzariera, e felice nel cuore.
L’indomani Alberto non ci lascia indugiare a letto, ma di buon ora, come pattuito, cominciamo a pestare la liana con un legno apposito, per spremerne il principio attivo, prima di farla cuocere per ben otto ore, nel cuore della selva, insieme alle foglie di Chakruna, che ci racconta sono utili a una visione più limpida.
Ho un mal di testa pulsante, ma passerà dopo due docce, dice Alberto. Così sarà, infatti.
Le altre giornate prendono forma con ritmi estremamente lenti, più che umani; dormiamo tanto e sogniamo senza posa!
Facciamo lunghe e umide passeggiate nella selva, poi giochiamo coi bambini della comunità, occhi nocciola dolcissimi, poi ancora visitiamo il pozzo, il giardino officinale, tiriamo con l’arco. Alberto ci accontenta in ogni nostra curiosità, è un ospite attento, continua ad alimentare in me un grande affetto per un’anima tanto gentile.

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Non avrei potuto desiderare Maestro migliore per il mio primo, e forse ultimo, dialogo con Ayahuasca; un maestro umile, che accompagna, consapevole che la Maestra è la pianta.
La presenza e la dolcezza sono il codice e il portale attraverso il quale posso affrontare e imparare qualsiasi cosa.
Tante altre sensazioni viscerali e impulsi di ricerca mi attraversano a ondate , li sento ancora adesso e ho intenzione di tenere vivo il fuoco, soprattutto una volta tornata al villaggio natio, dove ricomincerà, rinnovata, la semina.
Salutiamo Puerto Maldonado in una giornata quasi fredda, dopo una nottata di veglia, in ascolto delle Presenze che popolano la selva.
Alessandra

 


Ci muoviamo lentamente, poche parole e pensieri di una consistenza semi-onirica. Siamo nella comunità di Boca Pariamanu, nella selva amazzonica, a due ore di peke peke da Puerto Maldonado. Qui entriamo nettamente in una nuova dimensione, per me mai provata fino ad ora. L’ambiente è forte, denso di tantissimi suoni, movimenti, piccoli spostamenti di animali, foglie, insetti e chissà cos’altro. A volte sento o pronuncio qualche parola che mi pare detta con una frequenza e un timbro diverso, come se la nostra esperienza fosse sempre sovrastata da qualcosa d’altro, da una matrice più densa ed incisiva.
Io personalmente ho sentito il piacere ma anche la fatica di essere qui, la spossatezza di mettermi in dialogo con questa natura indomata, soprattutto quando ci siamo addentrati nel pieno della Selva. La sua energia è per me fortissima. É come se stessi vivendo uno stato molto diverso dal solito, in cui le giornate sono scandite da piccole occupazioni ( le interviste e le riprese per il documentario, la visita a qualche luogo nelle vicinanze, al giardino di piante medicinali, ecc..) ma in cui molto tempo è lasciato al libero scorrere, al riposo che si presenta in varie forme e anche in lunghissimi sonni carichi di sogni. La mia dimensione interna è ridimensionata, sembra piccola e sottile, lenta, ma più ricca del solito.
Sento molto la presenza delle piante e delle varie forme di vita che si dispiegano intorno a noi e che nella notte diventano ancora più forti ed intense.
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Qui siamo guidati dal maestro Alberto, uomo piccolo e molto forte al tempo stesso che ci avvicina alla comunità, alle persone che abitano questa terra. Ci mette in diretto contatto con la Selva, sin dal primo giorno con le piante medicinali e in particolar modo con l’ Ayahuasca, la Chakruna, la Palmilla che raccogliamo e cuciniamo insieme.
Il secondo giorno che siamo qui è venerdì (che imparo essere il giorno in cui si presentano gli spiriti) e dopo aver sorseggiato un po’ di latte di avena, verso le 20:00, siamo pronti per la cerimonia con le piante maestre. Con noi ci sono anche i tre fratelli di Alberto e il cugino, in tutto siamo in nove. Stefano, osservatore esterno, raccoglie i suoni dei canti, degli Icaro. Sono confortata dal fatto che siamo in tanti e che tutto non si svolgerà solo tra di noi “stranieri”, mi aspetto che questo possa veicolare presenze più forti e dare all’esperienza toni legati maggiormente al sentire tradizionale.
Questo è accaduto solo in parte e questa prima cerimonia ha significato per me l’allontanarmi da alcuni stereotipi che ho portato dall’Italia. Sono qui per approfondire cosa significa realmente entrare e vivere una dimensione “altra” e per sentire come questa possa avvicinarmi ad alcuni elementi che mi possano essere di sostegno per lavorare anche nel contesto dove opero abitualmente come terapeuta. Da questa prima esperienza sento la necessità d’integrazione con codici che mi sono più famigliari, con qualcosa che possa veicolare e fare da ponte tra quello che ho sempre vissuto nella mia pratica di vita e un mondo che mi pare straniero, se pur così vivido e reale. Il maestro Alberto conduce una cerimonia molto semplice, che ha recuperato dalla sua tradizione, andata persa negli ultimi anni. La sua è una ricerca pura, lineare, che però sento esser un po’ scarsa di alcuni codici che credo per me esser ugualmente importanti. La mia aspettativa era di trovare un contesto più ricco di particolari cerimoniali, di canti, di Icaro, di piccoli gesti e molteplici elementi carichi di significati. Credevo di trovare anche in questa prima cerimonia tutto questo molto più presente e forte, ma ad ora mi fermo nel cogliere quello che è stata questo mio primo contatto che definirei essenziale.
Devo comunque tener presente da dove provengo e quali sono alcune esigenze che mi caratterizzano sia per natura che per formazione. La cornice di significato sulla quale ciò che viene vissuto può essere maggiormente integrato e la protezione dello spazio cerimoniale, credo debbano essere elementi essenziali per decodificare messaggi sui quali poter lavorare a livello più profondo e personale. Nell’essenzialità della cerimonia vissuta nella comunità di Boca Pariamanu, devo ammettere di essermi sentita solo parzialmente protetta nel cogliere ugualmente e in modo molto chiaro il momento in cui sono ora. Mi sono sentita un po’ esposta a forze per me sconosciute e poco guidata nel decodificare codici nuovi. La cerimonia in ogni caso, mi ha comunque fatto vedere chiaramente, se pur sentendo forte un po’ di timore, dove sono ora, in questo momento. La forza e la vividezza con cui mi ha messo davanti a dinamiche per me solo in parte conosciute, è stata disarmante.
Mi fermo qui per ora, con quello che è stato, senza generalizzare ad altro. Mi sento comunque aperta nel continuare questa nostra ricerca ed esplorazione…
Elena

Lares

Nella prima mattinata del 12 giugno alle ore 6:00 partiamo in auto da Cusco in direzione Lares, piccolo paese situato nella Valle Sacra. Il percorso per giungervi attraversa le montagne di questa parte della catena delle Ande, le quali nascondono importanti siti archeologici di epoca Inca o precedenti, riconoscibili dalle massicce pietre che costituiscono le mura delle edificazioni di quest’epoche, mura che hanno superato diversi terremoti nel corso dei secoli e che sono state costruite lungo le pareti impervie di queste montagne, segnate da numerosi terrazzamenti per le coltivazioni. 
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Lungo il tragitto incontriamo pochi villaggi, qualche pastore lontano sullo sfondo di montagne brulle e rocciose lascia pascolare lama ed alpaca, le cime sono coperte da nubi passeggere conferendo a questo paesaggio un tono irreale.
Valichiamo un passo a 4300 metri sul livello del mare, al lato della strada una donna sola seduta su un precipizio, tesse la lana con un telaio rudimentale, forse invariato da millenni, fermato da un lato con un bastone posto tra i piedi e dall’altro sorretto dalle mani.
Arriviamo a Lares, poche vie lo attraversano lungo la sua pendenza, le cui case nascondono spazi legati all’agricoltura ed all’allevamento: galline e pannocchie di mais in essiccazione.
Un vecchio pullman scarica un numeroso gruppo di bambini di diverse età, tutti vestiti con la stessa divisa blu; sono tutti sorridenti devono aver finito le loro lezioni in una scuola situata in un paese vicino ed ora si riempiono le tasche di caramelle comprate da un’anziana ambulante che le vende con un chioschetto mobile lungo la città.
Troviamo alcuni di loro a giocare in una casa abbandonata al cui interno è stato collocato un dondolo metallico cigolante: su e giu affacciati su una finestra che mostra la valle invasa da nuvole scure, che preannunciano una forte pioggia.
Camminando lungo una strada inferiore del paese incontriamo due anziane native sedute a lato di una strada. Ci avviciniamo per poterle conoscere e scoprire qualcosa di più sulla loro tradizione, esse ci parlano in lingua Quechua. Ci facciamo aiutare da una loro nipote per la traduzione in spagnolo. Ci raccontano della loro tradizione, dell’uso di numerose piante officinali locali capaci di risolvere i più diversi tipi di malessere e del supporto di un curandero locale che si occupa della cura spirituale, psicologica e fisica delle comunità che abitano queste zone. I loro occhi portano una luce difficile da incontrare altrove.

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Prima di salutare questo prezioso agglomerato montano una sosta nelle magiche terme che sgorgano naturali dalla terra. Un po’ di conforto per i corpi ancora stanchi dal pellegrinaggio di Qoyllurrit’i. Alcune riprese per il film documentario. Un gruppo di uomini, donne e bambini in maschera che suonano e danzano dinanzi alla chiesetta. E’ tempo di rientrare a Cusco prima della lunga nottata di autobus che ci porterà nella selva di Puerto Maldonado.
Stefano