La decisione di lasciare Pahoyan è dovuta essenzialmente a due fattori: le auto-celebrazioni per i 25 anni di riconoscimento formale del villaggio vivono un crescendo inesorabile che minaccia la quiete dei giorni avvenire; un grande gruppo di nord europei è appena giunto per le cure di Maestro Gilberto. Si preannuncia un alto livello di inquinamento acustico dalle casse gracchianti del pueblo ed un grande affollamento di energie e corpi nella maloca cerimoniale.
Lo scafo è lanciato controcorrente sulle acque dell’Ucayali. A questo punto del viaggio siamo rimasti soltanto Vea ed io. Uno dopo l’altro abbiamo salutato gli altri membri dell’equipaggio. Ieri ho accompagnato Sté al piccolo porto di Pahoyan. Un’atmosfera surreale: l’immenso corso d’acqua velato dalla nebbia del primo mattino. Un gruppo di delfini di fiume che sembrano esibirsi innanzi a noi mentre inseguono uno sciame saltellante di piccoli pesci.
Mi si stringe un po’ il cuore nel salutare Stefano, nel continuare senza il suo supporto ad inseguire il sogno. Ma così dev’essere e so di poter contare su di lui nelle lunghe fasi che seguiranno il viaggio affinché le opere siano compiute. La sua imbarcazione si allontana assorbita nelle nebbie mentre un mototaxi mi riporta al campo base, nuovamente assorto in una preziosa malinconia che sembra svelarmi timidi segreti ancestrali.
E’ tempo di approfittare dei ritmi che si distendono, dell’agenda che si fa più flessibile ed a misura di coppia. Le giornate in Pucallpa si colorano dei mercati cittadini in cerca di tessiture Shipibo, della fortunata scoperta di un ristorante vegetariano niente male e del riposo nell’ostello Delfines.
Stringiamo i rapporti con Matthew e la sua Colibrì, cagnolina trovatella che gli sta facendo posticipare di ben 10 settimane il suo rientro negli States. L’ha trovata piccolissima e moribonda, con ferite cosparse di vermi che lui stesso si è preso dormendo a suo fianco. L’ha curata ed ora è deciso a portarla con sé.
Matthew è stato praticamente adottato da una famiglia Shipibo che vive in città e che in lui ha trovato immediato richiamo al fratello maggiore morto tragicamente qualche anno fa.
Ci introduce per un pranzo nella bellissima quanto povera congrega, congiunti a mangiare all’ombra di un grande albero, con i bimbi contenti che entrano ed escono dalla catapecchia di legno che è dormitorio comune, salotto e laboratorio di tessitura. Il tutto in non più di 15 metri quadrati. La madre e le due figlie ci mostrano bellissime stoffe con la tipica trama Shipibo il cui significato shifta con magica leggerezza da Arcana a Icaro. Con un questionare curioso riesco a carpire almeno questo. Si chiama Arcana una sorta di incantesimo (anche geometrico) che costituisce una protezione spirituale, un’armatura. Al nome Icaro corrispondono invece i canti cerimoniali, anch’essi però rappresentati geometricamente ed utilizzati come protezione. Mi accontento sorridente delle spiegazioni un po’ vaghe e mi accordo con la signora per farmi cucire, con uno dei suoi teli in forma di icaro-mandala-arcana, una bella custodia per il grande tamburo bianco costruito per me da Taray Loco. Bellissima. L’indomani me la consegna lasciandomi a bocca aperta.
In questa occasione incontriamo Luzmila e Jorge, coppia di curanderos sulla sessantina che fanno cerimonie nella loro casa-maloca. Si schiude la possibilità di un’ultima notte di toma solo per Vea e me, coppie che si specchiano nell’intimità del fangoso quartiere di capanne al limitare della città.
Non mi dilungherò su questa cerimonia, che per me rinnova l’antico stallo. Dirò soltanto che per Vea è un’esperienza di luce vibrante ed amore, di riconnessione profonda con la sua famiglia e di preziosi presagi. Basta anche a me. Nonostante la questione economica giunga ad incrinare lievemente la superficie dell’incontro è stata un’ennesima benedizione, in una città dalla quale temevo caos e perdizione.
Contenti e riconciliati con i nostri passi ci dirigiamo verso la prossima tappa.
Grazie Pucallpa!
Yuri

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