La zona di Pucallpa è quasi un must per l’orda di turismo in cerca dell’antico contatto con l’Ayahuasca. Essendo l’ultimo avamposto accessibile via terra prima di penetrare nel pieno della foresta Amazzonica la città si carica di molte energie. È un grande porto per la regione. Quasi tutto passa da qua. Nei miei ricordi la sentivo pesante e covavo in me una certa resistenza. In verità ci ha concesso una settimana magica, tranquilla e molto profonda al contempo.
Un amico italiano di nome Dante mi aveva dato il contatto di Edwin, limeňo trasferitosi in città che conosce molti dei principali curanderos della regione. Grazie a lui siamo usciti dall’atmosfera un po’ caotica del centro scegliendo come base Yarinacocha, una cittadella-quartiere posta sulla riva dell’Ucayali, trovandoci accolti in un ostello silenzioso e pulitissimo che porta il nome de Los Delfines. Fra le varie possibilità per attendere all’ultima tranche di cure optiamo per Maestro Gilberto, di famiglia Mahua, antico lignaggio di ayahuasqueros Shipibo, che conta oltre 60 anni di esperienza con la Pianta.
Dopo una giornata di riposo guarnita da una bella intervista ad Edwin che ci racconta la sua storia toccante ci dirigiamo di prima mattina al porto cittadino. All’ombra di una grande torre-orologio centinaia di persone con bancarelle di ogni tipo. La nostra barca, un po’ più cara ma con un super motore, ci porta a Pahoyan in circa 5 ore, seguendo il corso del grande fiume amazzonico Ucayali che, oggi come allora, ospita al riparo della selva gruppi di pirati che talvolta assalgono i bastimenti. Una guardia armata vigila dal tetto dell’imbarcazione. L’immensa portata d’acqua color della terra, cosparsa da detriti di alberi galleggianti che talvolta l’attento capitano non riesce ad evitare incassando sonoramente i colpi con la chiglia. Sotto il velo limaccioso ogni specie di creatura. Dai coccodrilli ai delfini di fiume, da grandi e ghiotti pesci a piccoli gruppi di esseri salterini che volano oltre la superficie per reimmergersi a qualche metro di distanza.
All’arrivo sulle sponde del villaggio vi è un piccolo momento di tensione: una persona mi aiuta a scaricare il mio zaino, che un attimo dopo vedo ascendere sulle spalle di uno sconosciuto che si fa spazio fra il gruppetto di venditori di cibo e fra gli amici dei nuovi arrivati. Salgo velocemente la china e forse con una eccessiva veemenza strappo i miei averi dal non richiesto portatore. Torno alla nave aiutando Vea e Stefano con le loro cose. Un attimo dopo mi accorgo che la persona in questione era uno dei due mototaxisti che attendevano la nostra venuta per portarci alla casa del Maestro. Ci scambiamo un paio di sguardi per studiarci a vicenda. E’ vero che ognuno ha le sue abitudini, anche io ho le mie, e qui come in altre parti di mondo credo sia implicita una minima parola preliminare prima di entrare nell’altrui intimità. Mi sento comunque un po’ a disagio ma l’uomo non sembra essersela presa. Meglio così.
Teoblado, figlio di Gilberto, circa 55 anni, aperto e gioviale, si incarica di mostrarci i nostri alloggi fornendoci le coordinate della permanenza in casa Mahua. Le cerimonie hanno luogo una notte ogni due. Gli ospiti, nella maggior parte dei casi, seguono una dieta con le piante prescritte dal Maestro. I pasti sono frugali, senza sale, zucchero o carne. Perfetto.
Il concetto di dieta, così fondamentale in questo approccio alla medicina, è per me una preziosa scoperta. Sembra che, familiarizzarsi agli spiriti delle varie piante sia un requisito quasi necessario per avvicinarsi in maniera piena all’Ayahuasca ed ai suoi poteri. Ognuna delle piante che caratterizzano i periodi di dieta ha una funzione specifica. Vi sono quelle indicate per depurare i vari organi del corpo, quelle per fortificare, altre che stimolano la visione ed il sogno. Ma, ahimé, la dieta prevede una permanenza minima di 10 giorni e noi non avremo a disposizione tutto questo tempo. Anche perché stare nel villaggio ha un costo che in sé non è molto ma che per le nostre finanze pesa non poco. Capisco che non sarà per questa volta.
La prima notte di cerimonia mi ripiomba nel sentimento di distacco e solitudine che ha accompagnato le ultime tome. A Puerto Maldonado, nel quasi totale abbandono del Maestro Alberto, una risoluzione profonda aveva segnato le mie notti: avendo posto in dubbio l’essenza degli universi dischiusi dalla sacra bevanda questa mi aveva allontanato dalla visione. La mia scelta era dettata dal timore di ricadere ancora una volta lontano dal cuore, risollevando gli abissi della prima tormentata iniziazione. Ma altre intuizioni erano poi giunte durante la notte, e quella determinazione si era confusa e quasi polverizzata. Invece no. Dall’altro lato del globo la mantica dell’acqua ed il pendolino di Laura confermano i miei timori. La Pianta ha preso sul serio il mio voto, quindi il lavorio quotidiano della terra, nella luce del sole, piuttosto che le notturne incursioni nell’arcano mistero custodito dallo Spirito Serpente. Sento la forza di quella volontà partorita dal profondo ma rimpiango la mia eccessiva fretta nel non discernere, ancora una volta vittima della paura e della eccessiva velocità delle mie reazioni. Accetto. Sento che la partita non è ancora chiusa. Ancora una volta l’acqua conferma. Dovrò adempiere al mio voto affinché quanto ancora desidero torni a bagnarsi nello stagno della mia anima.
Mi rende felice che Vea, di fianco a me, goda del canto di Gilberto. Il suo corpo sembra allungarsi in cerca del poderoso fiume che le melodie scavano nella terra della selva, salendo come un incantesimo nella nervatura delle vertebre prima di zampillare nel cielo notturno. Il suo volto è sorridente. A più riprese le nostre mani si sfiorano. La sento vicina come non mai, immenso dono che l’Isola mi ha concesso quasi dieci anni fa.
L’allegra congrega in cura a Pahoyan è composta da una coppia di australiani; da Will l’inglese; da un bosniaco naturalizzato UK che quasi rinnega le sue origini; un italiano; una californiana ed un altro paio di figure con le quali non ho occasione di stabilire un contatto.
Le giornate trascorrono fra una chiacchera, appunti solitari, passeggiate nel villaggio, grandi tabaquiade di mapacho che sembrano allontanare ogni male ed una lotta silenziosa con le zanzare che dal crepuscolo si fa più intensa. Sobrietà e tempo per riflettere. A dire il vero vi è un gran fermento nel villaggio. Sono in atto le celebrazioni del 25esimo anno dal riconoscimento formale della comunità. Gli altoparlanti gracchiano corrodendo la calma dei più pii, mentre un infoiato telecronista sputa raffiche di parole sincopate da un triliardo di “seňoras y seňores” . I quartieri si sfidano nel campo da calcio antistante le nostre capanne. Squadre di uomini con completini in tinta e scarpette tassellate si alternano a quelle femminili a piedi nudi e con casacche arrangiate alla bell’è meglio. Agoni di tiro con l’arco, lotte fra galli, bimbi che si rincorrono ed una sequela di canzoni stile turbo-folk che mi fracassano i timpani ledendo pesantemente la mia sensibilità. La gente del posto sembra non curarsene. Eppure la dissonanza è lampante. Quantomeno per me.
Al terzo giorno di permanenza la seconda notte di cerimonia. Ho ormai abbandonato ogni angustia e sono pronto ad accettare quanto viene. L’aiutante del Maestro, un tipo australiano in dieta da qualche mese, dall’apparenza molto cool ma ben poco profondo, mi allunga il vaso di legno contenente la Medicina. Il solo odore mette a dura prova la mia volontà. Il liquido fermentato, altamente acido, scorre giù nelle viscere accompagnato da innumerevoli smorfie che ognuno tenta di reprimere a suo modo.
Mi distendo. Lascio libero corso ai pensieri. Dopo un tempo imprecisato il sibilare di Gilberto giunge a stuzzicare l’intera costellazione di cellule che compongono i nostri corpi. Una vigorosa energia si impossessa di me. Danzo tutta notte, nel rettangolo del materasso concessomi. Icaro dopo icaro, nel chiarore di una luna meravigliosa e pallida, perfettamente sferica, che vela e disvela il suo fascino ed incanta le anime irrequiete della giungla. Non ho visioni, ma una fisicità sottile ed animalesca, carne da rito, cosparge di attimi preziosi il mio cuore come un balsamo.
Una dopo l’altra le figure che attendono alla cerimonia dileguano, al venir meno del parossismo di visioni e vomito. Ognuno, stanco ed assorto da quanto vissuto, raggiunge la sua stanzetta dove un materasso ed una zanzariera accolgono le ossa stanche. Anche il Maestro lascia la Maloca. Io resto. Nessun conato, nessuna stilla del siero magico lascia il mio corpo, così gli effetti. Sono elettrizzato. Nel cuore della notte dondolo, mi stiro e contorco, ansimo, rimbalzo su me stesso. Godo delle fresche energie che mi concede la notte. Quando tutto sembra tacere un sordo rumore lontano si insinua. Inizialmente non capisco. Lentamente i contorni del quadro si dipingono nella mia mente. Le celebrazioni diurne dell’anniversario, tanto deprecabili nelle musiche e nel tono dello speacker, lasciano la scena ai notturni festeggiamenti tribali. Un gruppetto di persone con tanto di tamburi, torce infuocate, motoseghe che urlano ai cieli tenendo il ritmo del canto, giunge da lontano solcando la strada principale. Vi è una carica incredibile. Urla che sembrano scacciare le più oscure presenza della notte. Sono tentato dal prendervi parte. Sosto al margine della capanna cerimoniale, fremo. Desisto. Non per paura. Non voglio violare il quadro ed allo stesso tempo sono ancora attraversato da scariche sintonizzate su altre frequenze. Godo e partecipo dalla distanza, seguendo i ritmi e le circonvoluzioni armoniche dei motori liberati nel ventre della selva. Un’assurdità ilare che mi cattura restituendomi ad una gioia bambina che spesso è lontana dai miei giorni.
Ormai il mattino è giunto. Donne accovacciate e giovani fanciulli intenti a sradicare le erbacce dai contorni delle capanne. Cerco di attendere alle evacuazioni che si preannunciano dallo stomaco roboante. Invano. Siedo sui gradini di legno delle torrette adibite a bagni ecologici. Osservo il cielo, le sue tinte delicate nel lento sopraggiungere del disco solare. Un sentimento di profonda gratitudine mi porta vicino a mio padre. Ripenso ai nostri millenari scontri caratteriali, al mai rinnegato amore. Sulle mie labbra affiora, dolce e profondo al contempo, un monito che mi cosparge di brividi. Sono finalmente pronto per imparare, per restituire qualche briciola del supporto incondizionato che mi ha cullato fin qui, per osservare attento le tue mani abili nel costruire e fabbricare ogni genere di orpello. Io, così attratto da libri e pratiche, che mi commuovo adesso vedendo rincorrere una palla, ripensando a quando decisi di lasciare il villaggio natio e tutto quanto ne colorava il tratto. Le ali si ripiegano su se stesse dopo il folle volo. Mi hanno portato lontano. Più di quanto potessi immaginare. I sapori di casa adesso, languidi, giungono a sciogliere i nodi del mio stomaco inquieto. Presto, il ritorno.
Yuri

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