Siamo di ritorno dalla spettacolare giornata passata alle rovine di Machu Picchu. Ci chiediamo come sia possibile che qualcosa di molto forte ci penetri ugualmente, nonostante le orde di turisti che popolano vociferanti ed in fermento le rovine, mentre ascoltiamo attenti le parole della nostra simpatica guida. Siamo lì a 2500 metri di altezza, racchiusi tra le due vette di Huayna Picchu e Machu Picchu, ci troviamo increduli ed ugualmente affascinati su come sia stato possibile realizzare tutto questo. La nostra immaginazione va a ricreare quella quotidianità, che si trascorreva in questa terra intorno alla metà del 1400, armoniosamente equilibrata con gli Apu, l’acqua del fiume Urubamba che scorre nel fondo della valle, gli astri, la vegetazione e gli animali e con le stesse pietre, massicce, pesanti quanto perfettamente predisposte per assicurare riparo e protezione.
Di ritorno dalle due giornate trascorse in questo scenario, ci troviamo ad Ollantaytambo, graziosa cittadina della valle sacra. Girovagando per le piccole vie del centro, capitiamo casualmente in una casa visibilmente in festa per la celebrazione dell’Ollantaytambo Raimi. Condivisa la nostra “missione” con le persone presenti, queste ci cominciano a parlare di Vidal Ayala, uno stimato uomo della medicina che abita in valle, in un Centro Spirituale non lontano dalla città.
Affascinati dai racconti, dopo aver fatto qualche ripresa per il documentario alle splendide rovine della città, ci prepariamo per andare in sua ricerca. Come spesso accade qui da queste parti, in questi piccole cittadine tutti si conoscono per nome, ma nessuno indica con esattezza una direzione da percorrere per poter arrivare nel posto desiderato. La ricerca è lasciata all’intuito e alla fortuna di chi si mette in cammino, non è detto se e quando eventualmente si riuscirà a raggiungere la meta. Impariamo però presto quanto questa modalità possa essere in realtà, la vera strada da percorrere.
Andiamo nella piazza principale, cominciamo a chiedere. Ci spostiamo vicino al mercato e continuiamo a fare domande. I più sembrano conoscerlo e sapere la direzione per raggiungere questo Centro Spirituale. Ecco, direzione Urubamba, ma non lontano da Ollantaytambo, saliamo su un taxi collettivo, lo prendiamo al volo e cominciamo la corsa. Percorriamo diversi chilometri fuori dalla città e cominciano a emergere sospetti sulla direzione presa. Ci fermiamo, chiediamo, richiediamo e dopo diverse conferme, ci facciamo lasciare nei pressi della Comunità Amalai, alcuni km prima di Urubamba. Chiediamo ancora, ma nessuno sembra qui conoscere Vidal. Poi un signore, sicuro della nostra richiesta, ci orienta verso una casa a pochi passi da dove ci troviamo. “E’ lì” dice, “lo trovate in quella casa”.
Visibilmente rinvigoriti dalla ritrovata fiducia continuiamo il nostro cammino, arriviamo e timidamente bussiamo. Niente. Ci sarà qualcuno? Sarà la casa giusta? Sulla porta e nei paraggi nessuna indicazione.
Poi sentiamo un cane, abbaia ed evidenzia la nostra presenza. Poi dei passi, forse qualcuno sta arrivando. Ci apre la porta una ragazza dai tratti armonici, gentili, indigeni, ben vestita e curata. Ha un sorriso radioso, conosce Vidal ma lui non abita lì. Siamo arrivati per caso nella Comunità Amamlai. Dice che lì vive un giovane sciamano di nome Antarki ( che poi impariamo essere il suo compagno) e che per caso oggi è presente anche un’anziana curandera. Le spieghiamo brevemente chi siamo, da dove veniamo e in cosa consiste la nostra ricerca. Lei sembra interessata, ci guardiamo e ci consultiamo velocemente tra di noi ed avanziamo la richiesta di conoscerli meglio. Sembra sia possibile avere uno scambio con loro, fare qualche domanda e riprendere immagini  per il documentario.
La ragazza ci fa entrare e davanti ai nostri occhi si dischiude un bellissimo scenario, fatto di case molto curate di terra cruda e tetto in paglia, giardini, piccoli oggetti che svolazzano tra le onde del vento attaccati agli alberi o a piccole strutture cerimoniali.
Ci presentiamo subito con la curandera, signora dalla minuta statura, dagli occhi intensi e dallo sguardo dolce. C’è voluto poco per capire che avremmo potuto parlare con lei, la “stessa lingua”. Ci troviamo immediatamente in sintonia, lei viene da tradizioni apparentemente lontane dalla nostra ma sono anni che cura e ricerca le potenzialità del suono, nei mantra, dell’utilizzo di strumenti musicali quali modalità per cogliere particolari disarmonie o disfunzioni corporee. Il suo lavoro è fatto di diagnosi e terapia inscindibilmente connesse con il suono e con le sue potenzialità. Ci spiega, tirandoli fuori da un piccolo sacchetto, quali sono i suoi “strumenti del mestiere”, come sia possibile, attraverso l’ascolto di piccoli sassolini presenti in un tamburo, capire quali distretti corporei sono bloccati, quali organi particolarmente insofferenti. Con disinvoltura ci dice, passando il suo tamburo su Elena: “vedete, qui il suono si interrompe, nella zona della gola, probabilmente in questo punto c’è qualcosa che varrebbe la pena approfondire”. Poi ci parla dell’importanza della danza, dei movimenti che con il suo piccolo sonaglio compie, intorno alla persona che le chiede aiuto. Ci parla degli elementi della natura e come questi siano inscindibili da una qualsiasi pratica curativa. Nella sua modalità di trattare i disturbi anche la dieta ci dice essere un importantissimo canale di guarigione. La curandera ci parla a lungo dell’importanza di mette in primo piano il cibo, lei consiglia quasi sempre una dieta conferme con le esigenze del paziente. Ci ritroviamo molto in sintonia con le sue parole, con il suo modo gentile di approcciarsi alla cura. Come farebbe anche un buon psicoterapeuta, dice che il suo compito è sintonizzarsi con la persona che le chiede aiuto e carpire in quale posizione si trova e di conseguenza quali interventi è in grado di sostenere. Non tutti, per propria conformazione, possono aprirsi ed essere in grado di integrare una medicina legata ai riti e alle pratiche energetiche, come così altri possono trovarsi lontani da prescrizioni più direttive. Il compito di chi cura dice, è proprio creare un ponte con lo stato in cui si trova il paziente, sostenerlo e dirigerlo verso l’attivazione di risorse interne. Dice però, non è possibile prescindere dalla partecipazione attiva alla cura della persona stessa.
Le facciamo qualche domanda anche sulle “piante maestre” che lei dice di non usare. Come mai? Ci risponde con semplicità: “Non sono necessarie. Io da sempre sono stata considerata dalla mia famiglia come una donna medicina e non sento la necessità di utilizzare piante maestre. C’è chi cura con queste ed è buona cosa, ma questa modalità non mi appartiene” Affascinata dall’incontro Alessandra le chiede se è possibile provare su di lei tutto ciò di cui ci sta ora parlando e così, con la testa verso il vento e i piedi al fuoco, la curandera ascolta e suona con attenzione verso il suo corpo, individuandone le disfunzionalità e riarmonizzandole con la sua saggezza.

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Nutriti e visibilmente arricchiti dagli incontri ( facciamo anche una breve intervista ad Antarki), capiamo che la giornata ci riserva ancora altro, tra poco faranno una cerimonia tra di loro, per dare il benvenuto alla vita al loro piccolo figlio di 7 mesi. Chissà se potremo assistere, se ci faranno stare con loro in questo momento così forte e privato. Non facciamo in tempo a mostrare interesse che subito ci invitano e con facilità ci danno l’autorizzazione di filmare il momento. Sono minuti carichi di un’intensità particolare, densi. Il fuoco, il forte vento, le foglie di coca, il rumore dei sonagli e del tamburo. I movimenti fatti dalla curandera con il bimbo tra le braccia, i ringraziamenti di Artaki ai diversi Apu e alle forze della natura. Sembrano chiamati tutti al cospetto di questo momento e la loro presenza si sente forte all’interno della tenda dove viene svolta la cerimonia. Siamo increduli di stare assistendo a tutto questo, come siamo capitati qui e perchè? Non dovevammo essere altrove?
Il vento, che ci ha accompagnato forte in tutte queste ore nella comunità, comincia piano piano a calmarsi, ma non l’acqua del fiume Urubamba, che scorre proprio sulle rive del loro terreno. Anche il sole ormai è sceso e la curandera deve tornare verso il suo villaggio ( a nord, a 4 giorni di viaggio da qui). Anche noi repentinamente ci ricordiamo dei nostri propositi per la giornata: conoscere Vidal, l’uomo della medicina di Ollantaytambo. E’ buio e sono ormai le 19, ha senso andare ora? Forse meglio aspettare domani mattina?
Salutiamo e ringraziamo infinitamente la famiglia della Comunità Amalai, scambiandoci contatti ( li trovate alla fine di questo articolo), usciamo con la curandera  che con sè porta il suo prezioso bastone cerimoniale.
Noi ci consultiamo velocemente e sostenuti dall’entusiasmo e positività di Stefano decidiamo di continuare a cercare Vidal. Dobbiamo dirigerci nuovamente verso Ollantaytambo, siamo visibilmente troppo lontani rispetto alle indicazioni raccolte.
Ed è così che saliamo al volo su un furgoncino collettivo, ci stipiamo tutti vicini ed in piedi con l’attrezzatura, gli zaini, tenendoci in piedi malamente. Arriviamo a Ollanta e chiediamo nuovamente. Ora però sappiamo la direzione ( quella opposta a dove ci siamo diretti molte ore fa) e siamo certi della vicinanza tra il Centro Spirituale e la città. Saliamo su in “tuc tuc” ( motorino capace di trasportare ben 4 passeggeri!) a serata inoltrata, al buio, con in mano l’ormai imprescindibile panino al formaggio che più volte ci ha salvato da possibili digiuni. Dopo pochi minuti di viaggio, l’autista ci lascia su una strada poco trafficata, davanti ad una porta, spalancata. Mettiamo la testa dentro al giardino ma è tutto spento, nessuna luce attira la nostra attenzione. Non ci sarà nessuno? Sarà già a letto? Facciamo sentire le nostre voci, chiamiamo, ci rendiamo per quanto possibile “visibili” e poco dopo una voce ci risponde, dicendoci di entrare ed avvicinarci. Ma dove? Tutto intorno non si vede nulla, se non un piccolo lumino dal quale proviene la voce. Cominciamo a camminare in quella direzione.
Arriviamo davanti ad un’imponente Maloca, struttura che viene utilizzata tradizionalmente nelle cerimonie. Alla porta un uomo dalla piccola statura ci invita a toglierci le scarpe ed entrare.
Lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è a dir poco magico. La luce è molto soffusa, data da un timido bracere in mezzo alla stanza che continua a spegnersi e ad essere riacceso, tutt’intorno al fuoco diversi oggetti cerimoniali: pietre grandi, piccole, foglie, bicchieri, boccette dal contenuto particolare, cibo. Qualsiasi tipo di offerta, gran parte protetta da un buono stato di polvere. Intorno ai muri circolari della Maloca tanti cuscini, disposti con cura e ad un’uguale distanza l’uno dall’altro, come se fossero stati sistemati proprio per un imminente arrivo di qualcuno, di un numeroso gruppo di persone. A un primo sguardo non c’è nessuno. No, ecco, proprio a sinistra rispetto all’entrata c’è Lui. E’ visibilmente Lui, sul suo “trono” fatto di cuscini tradizionalmente tessuti con laboriosi intrecci, circondato da candele, foglie di coca, qualche pietra ed avvolto nel fumo di Mapacho. Vidal Ayala.
Ci invita, con un gesto, ad accomodarci sui cuscini armonicamente predisposti. Ci sediamo timidamente ed Alessandra, che tra di noi è quella che conosce meglio la lingua, comincia con tatto a spiegare chi siamo. Vidal ascolta, senza mai interrompere le sue parole, poi interviene, come se quello che gli stiamo dicendo non gli bastasse, come se volesse sapere di più da noi, come se volesse andare più in profondità in quello che gli stiamo dicendo. Il suo modo di rivolgersi a noi sembra brusco, freddo, autorevole e scostante. Molto risolutivo ci chiede, a turno, di fare un offerta al fuoco con le foglie di coca, di andare davanti al fuoco e dire perchè siamo qui. Ci alziamo uno alla volta e parliamo al fuoco, sollecitati dalle sue richieste. Ognuno di noi parla di sè, della sua “missione” in questo viaggio o forse, più in generale riprende ciò che sente come proprio mandato in questa esistenza. E’ un momento intenso, in cui ci troviamo noi stessi ad ascoltarci con maggiore autenticità.
Poi ci comincia a parlare direttamente, ci interroga, con una maieutica che cerca di tirar fori da noi ciò che conosciamo rispetto al “cammino spirituale”, alle cerimonie, alla cosmologia andina, all’esistenza dei guardiani dei diversi regni, all’utilizzo di piante mastre. Ci chiede e ci “insulta” come occidentali che hanno scordato delle proprie origini e come se fosse un mantra, come continuo intercalare nel discorso ci ripete ” dovete dimenticare, per apprendere..dovete dimenticare per apprendere..dovete dimenticare per apprendere”. I suoi discorsi ci fanno rendere visibile la nostra distanza da questo mondo “energetico” che lui sembra ben conoscere e custodire, e che dice essere sempre meno accessibile ai più. Si guarda intorno e dice: ” vedete, in realtà tutti sono alla ricerca di sciamani, di avere visioni con le piante ma chi è realmente interessato  a mettersi su un cammino spirituale? Guardate, nessuno. Sono spesso solo qui”. Nella lunga conversazione che dura qualche ora ci rivela anche una sua profezia: “nel 2020 ci sarà un grande cambiamento nel mondo e chi non sarà pronto non potrà fare il passo in avanti che verrà richiesto”.
Sappiamo che Vidal è stimato per la lettura delle foglie di coca. In questo viaggio non abbiamo ancora incontrato nessuno che sapesse utilizzare questa antica tradizione. E’ ormai tardi, ma proviamo a chiedere e lui esaurisce la nostra richiesta. A turno partecipiamo al rituale. Scegliamo le foglie ( che ognuno di noi ha comprato stamattina in città) e le adagiamo su un tessuto ricamato della grandezza di una piccola federa. Vidal chiude all’interno di questa le foglie, ci fa appoggiare entrambe le mani sopra e mette le sue sulle nostre. ” Chiedi tutto quello che vuoi sapere sulla tua vita”. Rimaniamo in concentrazione congiunta per qualche minuto. Poi le foglie vengono nuovamente portate alla luce e Vidal legge i loro messaggi. In base alla loro disposizione comincia a parlarci di noi, della nostra famiglia, delle nostre relazioni sentimentali, del lavoro…i suoi occhi sono incredibilmente dolci a vederlo da vicino.
Ormai è tardi, ci chiede cosa faremo per la notte e ci invita a restare. Decidiamo di rimanere, dove possiamo andare ora, con il buio in questi località sperduta?
Il suo “aiutante” di cui non sappiamo nemmeno il nome, ci fa accomodare in una cameretta umida e molto spartana. Facciamo tutti sogni vividi e complicati e alla mattina, dopo un saluto davanti ad una tazza di buon cioccolato, riprendiamo il nostro cammino.
Elena

 

Comunità Amalai:
http://comunidad-amalai.blogspot.it/
https://www.facebook.com/comunidad.amalai/

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