Il ritorno a Cusco significa un nuovo repentino adattamento climatico richiesto al corpo nel giro di una notte. L’autobus quasi non ci ha concesso riposo. La persona seduta al volante ha sfidato le più basilari regole della buona condotta. Curva dopo curva, spingendo motore e freni al limite, ha portato al vomito una dopo l’altra molte delle persone sedute accanto a noi. Le membra dolgono quando il piede poggia sull’altura della capitale Inca, carichi dei bagagli che mano a mano si appesantiscono di nuovi utensili, ricordi e regali.
Un taxi barato ci conduce al Felix, ostello che ormai abbiamo eletto a dimora temporanea cui far ritorno fra una peregrinazione e l’altra.
Le sfilate di musica, danze e colori si sono ormai completamente impossessate del centro cittadino, letteralmente congestionato dall’affluenza di persone e dal traffico limitato.
Dopo una giornata in cui riorganizziamo umori e doveri Abel si offre di accompagnarci in una scampagnata mattutina fra le rovine poco conosciute poste ai margini dei circuiti ufficiali.
Il Tempio della Luna ci accoglie sulle alture di Cusco. Pietre lavorate secondo stili appartenenti a tre epoche diverse. Cunicoli e grotte, antichi altari cerimoniali. Intorno montagne verdeggianti, uno stagno cui offriamo un kintu di foglie di coca, edificato dagli Inca forse per l’approvvigionamento idrico della città. Abel ci insegna a tabaquiar con la pipa che molti anni prima Maestro Antonio gli aveva concesso in dono. Il sole a picco e le ore a passeggio si fanno sentire. Siamo tutti un po’ stanchi ed affamati ma ancora l’ultima meraviglia ci attende. Ci concediamo un bel momento di musica con tamburo, tzouras e quena preparandoci ad entrare nel luogo che la nostra guida introduce come il ventre della Pacha Mama, alcova di innumerevoli momenti di pregnante solitudine e raccoglimento.
Da una grande roccia il volto brunito di un indio incastonato in uniforme con bande rifrangenti e bastone da scalatore mozzo giunge ad interrompere i nostri giochi. L’aver oltrepassato un paio di recinzioni e cartelli che restringono l’accesso alla zona non incontra i suoi favori. Ci parla in modo secco ed un po’ scortese. Abel, che abita con la sua famiglia a non più di due chilometri in linea d’aria e conosce l’altura come le sue tasche non riesce a buttar giù il boccone amaro. Attimi di sfida ed incertezza. Decidiamo di acconsentire alle pedisseque ingiunzioni della guardia rientrando sui sentieri battuti e da lì nuovamente giù, verso le strade cittadine.
A sera un momento per me immaginato ed atteso per lungo tempo.
Cinque anni or sono decisi di concedere le carni della mia schiena al nostro Abel Zamorra, abilissimo tatuatore che incise nei miei circuiti nervosi l’effigie di quella che sentii immediatamente essere una configurazione per me destinale. Un grande disegno mochica raffigurante uno sciamano danzante avvolto da un grande serpente che con poderosa arcata ne circonda e custodisce la transe. In ciascuna delle due teste del serpente un volto di uomo decapitato, simbolo del sacrificio dell’ego. Quando, circa un anno dopo, in seguito agli eventi che in parte ho già accennato e che mi introdussero in una fase completamente nuova della mia vita, concepii il mio primo pellegrinaggio nelle sacre terre d’India, quel tatuaggio divenne il centro di una necessaria opera di ribilanciamento.
Avevo concesso tutto me stesso a quelle forze. L’arcana potenza del serpente si era impossessata delle mie membra infondendomi una creatività allo stesso tempo sacrosanta e maledetta.
Mi ero lanciato nella stesura di un film che aveva avviluppato nella sua trama la mia intera esistenza. Avevo rotto con il più grande amore della mia vita, lanciandomi in una sfrenata relazione con una donna che, mutando forma e colore a mio piacimento, si concedeva in paradisi artificiali tanto agognati quanto sofferti: un parossistico banchetto che il mio cuore non riusciva ad accogliere. La solitudine, un vuoto perfetto ed inscalfibile, una lacrima sospesa sui giorni che come una lenta agonia scorreva dinanzi alle palpebre stanche. Infine ritrovai forza e coraggio e decisi che avrei fatto il possibile per riconquistare l’amore perduto, trafitto dalla mia brama di vita.
Ad oggi posso dire di esserci riuscito, in parte grazie ai miei sforzi ma soprattutto per l’incanto del sentimento che la mia compagna ha saputo custodire in seno durante quella lunghissima notte.
Ma torniamo al pellegrinaggio indiano, nel quale vagabondavo in cerca di risposte che sapessero ricomporre il pantheon della mia esistenza andato in frantumi. Fu un personaggio di nome Lala, conosciuto sulle alture di Dharamkot, non privo di grandezza né di qualche residuo d’ambiguità. Dopo svariati giorni trascorsi insieme fra camminate ed insegnamenti yogici mi consigliò in tono messianico di porre come vessillo sul tatuaggio che domina la mia schiena il simbolo di colui che, nella danza, sente, concepisce e forgia ciascuno dei mille mondi che si avvicendano nell’eterno: Shiva Nataraja.
Ho dovuto attendere quattro anni ed il ritorno in Perù, affinché le abili mani di Abel potessero imprimere al di sopra di quel primo simbolo il tridente della divinità sul cui potere adesso i miei passi possono trovare fondamento e conforto.
La stanchezza accumulata ed il lavorio dei macrofagi schiudono la seguente giornata al sopraggiungere di uno stato febbrile. Mi avvolgo nelle coperte ed invoco un sonno che ristori corpo e spirito. Un altro passo è compiuto.
Yuri

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