Siamo giunti ad un terzo del viaggio o forse siam già alla metà. Dualità e triade continuano ad accompagnarci. È forse tempo di ripercorrere alcuni dei momenti che fin qui hanno scandito il passo, mentre sempre nuove esperienze incalzano scostando veli, muovendo intenzioni e sogni, paure, fragilità che erompono dal corpo come un canto. Proverò ad immergere le mani nella sabbia dorata trattenendo per un piccolo attimo di contemplazione quanto scivola fra le dita.
Lima ci ha accolti con un gran frastuono di macchine, colori e voci. Molti arretrati per ognuno di noi ed il tempo necessario a riprendere forze dai preparativi del viaggio, ad aprire e chiudere corrispondenze, ad abituare anima e corpo alle nuove sensazioni. Le cure della seňora Jesus e della sua muliebre equipe hanno sicuramente segnato questo primo momento, così come le strade ed il mercato di Barranco, il ritrovato amore per i jugos, le pozioni magiche e la sovrabbondanza che senza requie la natura continua ad offrirci nonostante gli abusi.
Cusco ci schiude ad un abbraccio prezioso, trame complesse, mitologemi e riti, danze, musiche e colori sgargianti nelle strade assediate dall’ebrezza dell’imminente Festa del Sole. Giungono da ogni parte dell’antico Incanato ad omaggiare il Qosqo, l’Omphalos, il centro di quel pregnante universo di senso che ha lasciato sbalorditive tracce nelle mura, nelle magiche configurazioni topografiche, nelle pietre, nella cosmovisione. Tutto ancorato in semplici pratiche sorrette da tre elementi chiave: le foglie di coca, la chicha ed il pane andino.
Dalle alture del Valle Sagrado, dalle meritate spine di Qoyllurrit’i, un autobus corre notte tempo in una folle discesa verso il ventre della selva.
Puerto Maldonado. Settimane di pasticche Ayurvediche ci preparano al contatto. Dicono che purificando il sangue ed i vari sistemi dell’organismo la fregola delle zanzare che fan man bassa di fragili carni straniere dovrebbe placarsi. Sovrabbondanti spruzzate di lozioni giungono a rinforzare il concetto ed allontanare i vari fantasmi legati alla punta acuminata di quei piccoli insetti.
Sosta brevissima in città e via, sulle acque del Madre de Dios, guidati dalla figura bassa e nerboruta del Maestro Alberto. Tiene salde le redini della lunga lancia di legno che un motore scoppiettante ci sospinge in un paesaggio a dir poco surreale, fra grandi alberi che vegliano sul letto del fiume, interi declivi fracassati a valle e riassorbiti nel flusso, tronchi giganti che minacciano la chiglia ed un immaginifico universo di creature che popolano quelle acque color terra, ad una spanna sotto di noi. Alberto è un esponente di spicco nel villaggio di Boca Pariamanu, conclave di etnia Amahuaca che qui trovò rifugio dal trattamento bestiale che i conquistatori gli riservarono nella loro zona di origine, nei pressi di Pucallpa.
Elena, un’amica di Alessandra, ci ha fornito questo contatto. Siamo tutti in attesa delle cerimonie che per qualcuno sono iniziazione, mentre per me raffigurano un ritorno, dopo quasi cinque anni, a quelle latitudini dell’anima e del mondo che hanno acceso la mia vocazione agli studi ed alle pratiche che compongono la mia vita molti anni or sono.
Il villaggio che ci accoglie è come un giardino custodito in seno alla giungla. L’esperienza della povertà, della perdita delle più basilari sfumature della dignità umana, della propria lingua, delle pratiche e del pantheon dei propri antenati protettori – forse tutto questo, mi dico – ha insegnato loro il valore della condivisione, della convivenza pacifica e del lavorio quotidiano scrupolosamente indirizzato al miglioramento delle condizioni di vita quotidiana.
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Vi è acqua potabile che sgorga da una sorgente incanalata ad un paio di chilometri dal piccolo agglomerato di capanne di legno e foglie di palma; vi è una scuola, una classe unificata che fornisce le conoscenze di base in varie materie, spingendo i più grandicelli ad aiutare i bimbi, maneggiando numeri, regole grammaticali, riscoprendo i rudimenti del proprio idioma perduto, rinnegato dalle generazioni passate per il terrore delle minacce dei padroni; vi è un piccolo stagno artificiale, per allevare e nutrirsi di quel pesce che l’avida caccia all’oro, con i piccoli e grandi appostamenti minerari che sondano i fondali dei fiumi, hanno contaminato, sterminato, estirpato con violenza al ciclo alimentare regolato dalle leggi della natura; vi è un giardino di piante medicinali, creato e custodito da oltre venti anni. Boca Pariamanu si autogestisce, sostenuta in parte dal governo in parte da alcune ONG che aiutano i suoi abitanti a non farsi sfruttare nel commercio delle “castagne”, a tutelare i propri territori dai selvaggi disboscamenti dovuti all’industria alimentare o a quella del legname, a formare figure in grado di scrivere progetti, dialogare con le istituzioni, uscire dall’isolamento forzato che per secoli ne ha minacciato la sopravvivenza.
In questa dimensione, al limitare della notte, il Maestro ci introduce al contatto con la bevanda sacra. Questa prima esperienza con Alberto è per me scandita dal sentore cristallino di essere in un luogo protetto, che si concede come un tappeto magico affinché ognuno di noi si collochi in posizione comoda allo schiudersi dell’antico sipario. In questo banchetto ultramondano, dopo i primi caleidoscopici arabeschi che celebrano la vibrante tessitura del reale, mi trovo a disquisire in modo diretto ed inequivocabile con svariate anime di persone che hanno popolato o popolano la mia vita. Vedo ed accarezzo l’anima di mia madre, come un incantevole uccello dal bianco piumaggio lievemente striato da riflessi bluastri. La sento intimorita, nascosta dalle sue stesse ali per paura che chissà quale antico dramma si rinnovi minando il suo volo. Cerco di infonderle un po’ di calore e le creo una sfera di protezione tutt’attorno affinché i ripetuti attacchi subiti in vita non si ripresentino.
Tiro fuori denti ed artigli contro le figure che minacciano non solo la sua, ma anche la mia anima e quella di ogni persona che muova genuinamente verso la bellezza e la magia della vita.
Mi trovo ad affondare gli artigli nel collo di una persona che so essere potente ma che temo porti in seno macchie di bassezze erotiche che rischiano di intaccare la profonda armonia del suo dono al mondo. Dopo tale gesto sento di dovergli delle scuse. Non lo conosco abbastanza e non posso esserne certo. Confesso la mia giovinezza, mi prostro, ma non ritiro neanche una parola di quella minaccia sorretta dalla forza del drago bianco che protegge la mia via e che si innalza sopra di me cospargendo la mia pelle di infiniti brividi. Lotto con mio padre. Ci rincorriamo in un grande prato buttandoci a terra, provando le nostre forze, abbracciandoci. Lo imploro di non cedere a quelle forze che anch’io conosco e che rischiano di bruciare quanto si trovi attorno. Riconosco il suo amore immenso, il fremere della sua iride, la sua rinnovata gioventù.
L’anima dolce che vorrei al mio fianco in questo passaggio terrestre si mostra ferita, l’antica piaga non del tutto sanata. Apro le braccia offrendo quanto sono, il potere delle mie mani e della mia mente, il mio corpo cosparso di cicatrici e simboli. Lascio che si ritiri, è giunto il tempo che quanto deve accadere accada. Il mio voto è nei venti ma devono essere le sue mani a volerlo afferrare.
Altre anime di persone care, momenti che ritornano a stringermi il petto. Quanta meraviglia vissuta e troppo facilmente obliata, quanta immensità tradita da debolezze insidiose e timore d’aprire il cuore alla terra ed al cielo. Siamo esseri partoriti nell’estasi. Questo è il nostro regno. Il calcolo non ha mai saputo offrire più di un miserevole risultato. Ma questo fremito non si placa in una formula, questo desiderio bruciante non può essere inchiodato all’analisi né alla croce. Vorrei che la meraviglia che ci attraversa ad ogni istante mostrasse a tutti, per un attimo di infinito amore, ciò che veramente siamo. Vorrei…ma forse un qualcosa di arcano e misterioso deve ancore compiere la propria danza affinché la grande ruota torni ad accordarsi su questi principi.
La cerimonia segue cauta verso la sua fine. Il canto del Maestro ha reso tutto ciò possibile. Non ci ha sospinti nel trapasso di mondi che ho conosciuto altrove, né ha sollevato immensi scenari, trasfigurazioni, catarsi. Comprendo la sua scelta alla luce della gentilezza forse dovuta all’iniziazione di Alessandra, per la quale era la prima volta, o di Elena, che si trovava imbrigliata fra due mondi non riuscendo a risolversi, ma un qualcosa dentro mi fa presagire che le motivazioni covano altrove e che forse, sia per loro che per me, altri sospiri ci attendevano, inappagati nella notte.
Il giorno seguente trascorre carico di sensazioni ed esperienze preziose. Ci addentriamo nella selva con Alberto, armati di machete, stivaloni, lozione anti-zanzare, acqua e frutta secca. Andiamo in cerca degli ingredienti per preparare l’Ayahuasca. Questa bevanda inebriante, nella ricetta locale, è composta da quattro elementi.
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L’omonima liana, la Chakruna, le foglie di Palmilla ed un altro arbusto rampicante del quale non ricordo il nome. Camminiamo per oltre un’ora in cerca del luogo in cui le verdeggianti foglie di Chakruna ci attendono, emanazioni di un fusto sottile che si piega nelle mani del Maestro. Le stacchiamo una ad una riempiendo una buona busta di plastica. Sono queste, a detta del Maestro, che spingono la visione lontano. Al ritorno sostiamo innanzi ad un altissimo fusto di albero al quale ci viene consigliato di poggiare le mani, in uno stato meditativo, per permettergli di ripulirci da scorie ed energie negative. E’ poi la volta dell’ormai famosa liana, il cui spirito sembra responsabile del mareo, stato di equilibrio precario e forte permeabilità alla dimensione seconda che caratterizza questo tipo di cerimonie. Alberto taglia undici pezzi di liana da un gigantesco albero abbattuto tanto per raccoglierne l’Ayahuasca quanto per farne legna da costruzione per le capanne del villaggio. Il dodicesimo pezzo tocca a me. Cerco di imitare il gesto tagliente ed efficace del prestante avambraccio del 57enne che ci guida ma occorrono più colpi per portare a termine l’opera. A poca distanza dal villaggio, sulla via del ritorno, raccogliamo gli altri due ingredienti, entrambi utili a stimolare ulteriormente la visione ed a limitare gli effetti negativi per chi, come noi, non ha seguito una dieta ferrea prima dell’ingestione. Uno strano esserino animale, mezzo scoiattolo mezzo vattelappesca, sosta intorpidito sulla via. Alberto lo avvicina con curiosità quasi infantile, lo muove delicatamente con un bastone. Ci rendiamo conto che non sta bene. Il Maestro mi chiede del tabacco per sbuffargli del fumo tutt’attorno, convinto come molte persone in questa assurda terra che questo allontani le influenze maligne. Inizio a crederlo anch’io, mentre l’animaletto sembra ritrovare un po’ di forze mangiandosi addirittura un pezzetto di albicocca secca che gli offriamo. Dopo un pranzo rapido nella maloca adibita ai pasti ci addentriamo in un’altra parte di selva, attrezzati con un pentolone e poco altro. Lì, oltre un campo di manioca, di fianco ad un rivo dal quale attingiamo acqua, accendiamo un fuoco sul quale mettiamo a bollire l’intruglio per svariate ore. Fin quando, dei circa trenta litri di acqua, non restano che tre litri scarsi.
La seconda cerimonia è un tête à tête con il Maestro sotto l’occhio della videocamera di Stefano. Per approfondire la nostra ricerca scientifica abbiamo bisogno di filmare almeno due minuti del corpo di Alberto e del mio nel pieno della transe, per poi analizzarli al ritorno in patria con una tecnica chiamata hyperspectral imaging, capace di cogliere le variazioni nei profili vibrazionali delle cellule, con la relativa emissione di fotoni, fino a 2-3 centimetri sotto pelle. Con questi dati potremmo gettare maggior luce sui mutamenti che avvengono nell’organismo durante questi antichi rituali di cura tradizionali.
Predisponiamo il setting per l’occasione. Su una lastra metallica dispongo 7 candele, Sté monta treppiede e luce di supporto. La toma ha inizio. La bevanda da noi preparata ha un gusto pungente ed acido, come quella del giorno prima ma non fermentata. I minuti scorrono. La stanchezza si fa sentire. Lentamente i lievi arabeschi si insinuano nella capanna, quasi a sbirciare quanto si appresta. Vengono e vanno, indecisi. Il Maestro è accasciato. Non da molti segni di vita. Più passa il tempo più temo che, forse per le luci o per la bevanda troppo fresca, non succeda un bel niente. Una figura femminile accenna alcuni passi di profilo innanzi a me. Sembra uno spirito silvestre che si vela il volto con la mano prima di svanire nella semioscurità tradita dalle candele. Capisco il messaggio. Le spengo. Ma la deboli immagini che affiorano rafforzano i miei timori. Il mareo non giungerà a sollevare i veli alla notte. Alberto russa. Delusione. Provo a stento ad addormentarmi. La bevanda è comunque in circolo dentro di me, inattivata. Questo pensiero m’inquieta leggermente. Mi giro e mi rigiro fra le lenzuola, fuori i rumori della giungla, sinfonia che sembra estendersi all’infinito. Finalmente la tensione nelle membra si placa, le palpebre ascondono il roteare delle pupille, il sonno mi rapisce ai pensieri.
Le visite nei territori del villaggio rallegrano le nostre giornate. Andiamo a fare delle riprese nella scuola. Alcuni dei bimbi ormai ci conoscono e sorridono. Il tempo ha un movimento tutto suo. I sonni profondi, tempestati da sogni, le giornate raccolte in quel fazzoletto di terra conquistato con grazia alla selva. Resta un’ultima cerimonia, anche questa in solitaria con Maestro Alberto.
I dubbi sulla potenza del suo Icaro (canto cerimoniale) ormai condizionano un po’ il mio stato d’animo. Cerco di eliminare i possibili ostacoli ad un’esperienza piena. Mangio regolare, evito gli zuccheri che sembrano nascondersi ovunque. Chiedo al Maestro se possiamo utilizzare la bevanda della prima sera. Luci, naturalmente spente.
Il setting stavolta è diverso. Siamo nella dependance della capanna di Alberto.
La notte è particolarmente fredda e nuvolosa. Qualcosa turbina nell’aria ed un lieve sentimento d’inquietudine smuove la tenda posta alla bell’è meglio all’entrata della capanna. Ad ogni soffio di vento si alza a lambire il centro della stanzetta. Mi viene da intervenire, bloccandola con una tanica piena di gasolio ed uno sgabello. Il maestro acconsente.
Quando, dopo circa un’oretta dalla toma, eseguita con tanto di offerta alla Pacha Mama, preghiera e tabaquiada, gli effetti si iniziano a sentire mi rendo immediatamente conto di essere solo. Non percepisco la presenza di Alberto. La stanza è minuscola ma con l’oscurità e lo stato alterato non capisco se è lì presente, sepolto in un sonno senza fine o se forse è uscito per attendere a qualche evacuazione. Una serie di esserini stile Miyazaki, ma di derivazione notturna e d’origine incerta, sembrano succhiarmi i liquidi organici. Dei liquidi fluiscono dagli occhi e dal naso. Sento un prurito in varie parti del corpo. Assecondo le sensazioni che sembrano muovere verso una pulizia ossequiosamente organica, più che animale, poco controllabile. Da questi strani servigi lo scenario muta sensibilmente e due esseri che intravedo, più grandi, vestiti con stoffe pesanti, sembrano accompagnarmi in un’ascesa. Come arpionato al petto, con la schiena ricurva, sento le mie membra salire. Qualcosa in alto, oltre il tetto della capanna, sembra schiudersi. Ho un dubbio nel cuore e non riesco a trattenere una domanda schietta. Voglio sapere chi sono quelle figure, cosa vogliono da me e dove mi stanno portando. Il tempo si ferma. Non voglio negare né la potenza di quanto sta accadendo né l’opera dei due esseri che mi assistono, ma già una volta, in quella prima iniziazione, forse ho accantonato qualcosa di veramente prezioso per seguire l’incalzare degli eventi ed oggi, più carico d’esperienza e con un’intenzione più levigata e chiara, non muoverò un passo che non sia verso il cuore. I contorni della stanza riaffiorano. Un canto debole, frammisto ad una glossolalia sonnolenta giunte dall’angolo dove Alberto è disteso. Iniziano a venirmi alla mente pensieri poco piacevoli. Rivedo alcune facce delle genti del villaggio, mi tornano alla mente cognomi che stranamente si ripetono. Penso ad una conglomerazione di consanguigni che pagano pegno a potenze oscure. Mi sento a disagio, quasi in pericolo. Dall’interno delle mie labbra, con serena decisione e senza ombra di dubbio pronuncio: “Io sono Gesù”. Non so da quale meandro tali parole affiorino, sta di fatto che la figura di un Gesù con la dignità del guerriero ed i colori argentei compare innanzi a me facendomi sentire chiaramente che avevo il potere di usare la sua spada luccicante qualora ne avessi avuto il bisogno.
Decido di lasciare la capanna. Alberto biascica qualche parola, dice di essere mareado, preannuncia che gli effetti dureranno ancora a lungo ma acconsente alla mia dipartita, aggiunge che riuscirò a farcela anche da solo. Ringrazio e mi congedo.
Uscito dal piccolo antro divenuto angusto trovo la selva. Ricordo la strada ma tutto mi sembra animato, ed in effetti lo è. Le piante si muovono nel vento, il cielo color piombo e cenere sovrasta il piccolo sentiero che a stento riconosco. Sento il sopraggiungere della paura, mi calmo. Un qualcosa veglia su di me, nonostante siano molte le possibili insidie che la mente con assurda velocità passa al vaglio. Mi faccio forte, dalla bocca alcuni suoni emergono e quasi illuminano i miei passi.
Giungo alla maloca nella quale si cucina e si mangia congiunti. Una fame atavica mi attacca le viscere, scruto le pentole ancora disposte sui fornelli. Resti della cena che non ho consumato per tenermi leggero per la cerimonia. Affondo il cucchiaio nell’oscurità della pentola rischiarata dalla luce che porto in fronte e riempio la bocca di lenticchie fredde. Il sapore non mi convince ma lo stomaco geme. Continuo a ripetere il gesto altre due, tre volte mentre il cibo lentamente scende.
A quel punto, con la stanchezza che sopraggiunge, raggiungo la capanna-dormitorio senza pareti, aperta alla notte silvestre. Scosto la danzariera e penetro. Momenti interminabili in cui il mio corpo continua a contorcersi lievemente ma senza sosta. Non trovo requie, mentre quanto ho ingerito minaccia di ripercorrere il cammino a ritroso. Un attimo di panico, non trovo la luce, proprio nel momento in cui l’evacuazione si annuncia. Sento dei movimenti nel letto di fianco al mio. Alessandra sembra sveglia. Le chiedo una luce e proprio in quel momento sento la plastica fredda della mia sotto l’avambraccio. Mi scuso e velocemente esco da lenzuola ormai sgualcite e zanzariera. Non riesco a raggiungere i bagni. Un conato di vomito mi inchioda a mezza via. L’erba accoglie un immenso rigurgito ben più parco delle poche lenticchie introiettate nell’organismo. La bevanda sacra adempie a quel compito che spesso presenta. Mi induce a rigurgitare quanto ho nello stomaco in due, tre, quattro movimenti di una certa sfumatura sonora.
Il desiderio di lavarmi denti e bocca mi riporta nel locale adibito a cucina. Li riempio un bicchiere dalla grande tanica d’acqua potabile e lo spazzolino fa il resto. Mi siedo. Guardo ed ascolto quanto mi sta attorno. Senza pensare mi alzo prodigandomi in un esercizio fatto migliaia di volte negli ultimi dieci anni di pratiche fisiche. Una sorta di saltello sul posto, senza levare i piedi da terra, tenendo presente lo hara, o centro, e lasciando che il corpo come e gli organi in esso disposti seguano l’impulso. Minuti interminabili che mi rafforzano gradualmente e sembrano allontanare quanto minaccia la mia tranquillità. Lentamente anche la voce si insinua. Non so quanto tutto ciò sia durato. So soltanto che ho esplorato attraverso corpo e voce, canto e danza, svariate possibili interazioni con i fantasmi della selva. Uno su tutti, l’otorongo, re indiscutibile dei dintorni: il giaguaro. Percepisco senza dubbio alcuno che la paura che emana dal corpo funge da richiamo. La estirpo, la brucio, la trasformo attraverso la colonna vertebrale trasformandola in melodie cariche d’armoniche e virtuose vie di fuga che fortificano membra e spirito.
Dopo un ennesimo incontro con Alessandra, anche lei insonne, seppur sobria, dispongo ciò che resta delle sette candele della sera prima ed addolcisco i toni della mia cerimonia solitaria, inaspettata iniziazione ai poteri necessari ad affrontare una notte nella selva con lo spirito dischiuso alle miriadi di anime che la popolano.
Al mattino seguente, dopo i saluti con le persone del villaggio, la lancia di Alberto torna a solcare le acque del fiume per riportarci verso Puerto Maldonado. I pensieri negativi su lui e la sua gente sono dissolti. Intimamente lo ringrazio per quanto è stato. So che stavo cercando quella prova, e lui, con la sua premurosa assenza l’ha resa possibile. Ho appena il tempo di raccontargli quanto accaduto. Dondola la testa in segno di assenso. Mi dice che, se mai lo vorrò, la pianta ha mostrato che posso intraprendere il cammino sciamanico. Le sue parole mi riempiono il cuore. Ripasso in rassegna quanto lui ed altre persone fanno per la comunità ed il sogno condiviso che questa rappresenta. Mi stringo un po’ nella giacca per coprirmi dal vento che accarezza le acque color della terra.

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Grazie Maestro.
Yuri

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