Puerto Maldonado, comunità di Boca Pariamanu. 15-20 giugno 2017

Dopo tanta altura, ci aspettano delle intense giornate nella selva. Al porto di Puerto Maldonado incontriamo Alberto, presidente della comunidad nativa dove siamo diretti; lo conosciamo tramite Elena, un’amica che è partita 8 mesi fa per il Perù e che, dopo una ricerca paziente e profonda, è arrivata a incontrare il maestro di Ayahuasca che sperava.
Alberto ci accoglie con un sorriso, con quella dolcezza semplice e schietta che avremmo imparato a conoscere in questi giorni insieme. Un’imbarcazione lunga e stretta ci aspetta per salpare, saltiamo su; riforniamo il carburante a una piattaforma vicina, c’è qualche altra persona sulla barca. Alberto viene a sedersi fra noi ed a me si fa già chiaro che sarà una guida solida e amorevole.
Dopo quasi due ore di una piacevole risalita controcorrente del fiume Madre de Dios, che poi si immette nel Piedras, il vento mite ci accarezza i volti e i capelli, Stefano si mette a prua per riprendere le miniere d’oro che ci indica Alberto, gli uccelli… viaggiando fra le due sponde frondose, intuendo già la foresta fitta che aspetta solo di essere esplorata, giungiamo alla comunità nel primo pomeriggio: c’è un bel caldo e una luce rincuorante.
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Dopo tanta penuria d’ossigeno nei paesaggi montuosi pur incantevoli che ci hanno ospitato finora, tanta vegetazione viva, verde e rigogliosa emana nutrimento e ossigeno, che assorbo con voracità: mi sento un leone!
Divoro con entusiasmo i tanti passi che dall’attracco ci separano dalla nostra Maloca, in fondo alla comunità, e sento che anche i miei compagni di viaggio sono in forma.
Il luogo a noi dedicato è una maloca con struttura di legno e tetto in foglie, aperta sui lati; i letti sono a castello e i bambini della comunità subito ci fanno le feste e ci aiutano a sistemarci e a montare le zanzariere, essenziali per poter convivere in armonia con gli insetti che animano il luogo.
Di fronte alla nostra maloca, una simile adibita a cucina e sala da pranzo.
Alle 17 si fa già buio, tra un paio d’ore si mangia.
Sono giorni di pace, di comunione con la vegetazione, di scambi amichevoli con bimbi e adulti della comunità, che ogni tanto vengono a trovarci nella maloca o che incontriamo durante le nostre passeggiate nella selva.
Dormiamo a lungo durante la notte, la ninna nanna si compone dei suoni della foresta che è a due passi, dei versi degli uccelli notturni, i ranocchi e chi sa quali altri esseri.
La vita nella maloca e in generale nella comunità è spartana eppure così essenziale.
La comunità di Boca Pariamanu, col sostegno del governo e soprattutto di alcune Ong, è impegnata già da vari anni in piani di creazione e implementazione dei servizi, fra gli altri il commercio delle noci castagna, il miglioramento del pozzo per la fruibilità di acqua corrente, e il piano formativo ed educativo.
A scuola si va solo alcuni giorni a settimana, quando c’è la maestra e il maestro di Amahuaca, idioma autoctono dell’Amazzonia, che sta andando perduto ma sono proprio i bambini a riportarlo in vita; lo imparano infatti fra i banchi di scuola.
C’è una classe unificata per tutti e nove i bimbi del villaggio, di diverse età.

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Facciamo visita ai bambini durante una lezione, ci guardano contenti e sorpresi, come fossimo alieni, con quegli aggeggi che sembrano cannocchiali che puntiamo verso di loro. La maestra ci racconta il suo lavoro in un’intervista.
Le nostre giornate passano fra escursioni nella foresta e nel bosco, guidati da Alberto, che ci racconta delle piante e degli alberi che incontriamo, del loro impiego terapeutico, del dialogo aperto e costante fra le piante stesse e i membri della comunità, e momenti sonnecchiosi di profondo e pacifico riposo: siamo rigenerati.
E’ venerdì, il nostro secondo giorno, e finalmente anche il momento dedicato alla toma di Ayahuasca.
Tanti mi avevano descritto la loro esperienza con la Maestra, la profondità del dialogo, la potenza dell’allucinazione a servizio della realtà.
Indicazioni utili, che ho benedetto durante il viaggio perchè hanno contribuito affinchè potessi contare su una mappa chiara nella quale potermi muovere con fiducia, nonostante il sentiero radicalmente nuovo e sconosciuto.
La cerimonia si compie nella stessa maloca dove dormiamo, non viene dedicata molta cura all’aspetto rituale né spaziale, ma io mi sento al sicuro, mi fido di Alberto, sono emozionata e ho un filo di paura, che è più un gusto per l’ignoto che sta per rivelarsi.
Seduti accanto a me ci sono i miei compagni di viaggio, più in là c’è Alberto, custode della comunità e chamàn, che si appresta a guidare la cerimonia; di fronte a noi, appoggiati ai pilastri della maloca, adiacenti al giardino, i suoi fratelli.
Ci ha spiegato che ogni tanto “ellos también toman, cuando estén enfermos, pa sanarse”.
Salud con todos”: beviamo.
Ayahuasca è amara e un pò acida, ha un retrogusto legnoso e limaccioso; fin da subito lascia intendere il suo carattere deciso, generoso ma anche molto esigente.
Per lunghi venti minuti non succede niente, poi comincio ad avvertire un lieve formicolio alla labbra.
È buio.
La realtà, l’oscurità, comincia a lasciare il passo a delle sensazioni intense, le sento allo stomaco e in tutto l’addome, come onde che cominciano a smuovermi.
Poco a poco, e poi d’improvviso, cominciano le visioni.
Tanta novità nella tessitura delle immagini, nei codici, e nei significati quasi mi spaventano.
Ma Lei non vuole spaventarmi, e neanch’io lo voglio. Così una voce dolce dal di dentro comincia a rassicurarmi, mi sorprendo ad accarezzarmi il petto e la pancia, presa da un grande desiderio di lasciarmi condurre.
Finalmente sento che non sono da sola, e che quello che ho appena intrapreso è un dialogo profondo.
Una presenza con forma di pianta, di liana, di elica carnosa che si avvolge in spirali che mi invitano ad entrare è colei di cui mi hanno parlato.
“Stai tranquilla, va tutto bene, stai serena”, continua a ripetermi una voce, la mia, dolce e rassicurante. Sento un profondo desiderio di lasciarmi andare.
Come un tuffo, tutto comincia.
Turbinii, colori, forme di una densità inedita che individuo come spiriti mi accolgono; molti li conosco, sono spiriti che si manifestano anche nella mia realtà, come persone, come cari amici, come la mamma, il papà, mio fratello.
Intanto, non smette mai di vibrare la trama di fondo, fatta di presenze vegetali, consistenti, amiche.
Riesco a vedere e a sentire le anime dei miei cari, dei miei amici, di personaggi che mi hanno dato istruzioni tempo fa e che ritrovo con piacere; chiunque incontri mi fornisce protezione e contribuisce a rendere il mio viaggio, pur intenso, cullato e rassicurante.
Capisco che solo con presenza e concentrazione profonda posso tenere vivo e denso il dialogo; sono sempre più immersa, e presente.
La pianta comincia a parlarmi, a spiegarmi, a fornirmi indicazioni chiare e inequivocabili;
individua una ferita, un vuoto di valore che io stessa ho creato, con dolcezza mi mostra un fiocco, che si fa nodo, e chiude la ferita.
Anche quando più tardi vorrò tornarci, mi dirà: “Lo abbiamo già chiuso, è sanato, è passato”.
La meraviglia è alle stelle, a volte mi sorprendo a esprimerla con risa piene e fragorose, almeno così mi sembra.
Il mio corpo, dopo una prima lunga fase estremamente intensa, al limite fra l’eccitazione e la paura, mi chiede di sdraiarmi; la pianta premia il mio coraggio, l’essermi concessa senza riserve, con sensazioni di piacere capillare, mentre convulsiona, mentre la bocca è spalancata e il respiro è pesante, anch’esso inedito.
Oscillo fra la propriocezione e visioni, poi mi concedo totalmente ad esse.
La nascita dell’umanità, le grandi masse oceaniche, l’universo, il centro del respiro costruito apposta per essere stimolato e accedere a stati coscienza amplificati, spiriti, morti, trame, ragnatele, piante: di tutto ciò brulica il mio mondo adesso.
Intanto Alberto mi rinfresca con fumate di Mapacho, tabacco curativo, e comincia a cantare canti dolci, delicati, de sanaciòn; invoca il doctorsito, “que le saque todo el mal, todo mal sacale, todo mal botale”.
Non credo alla potenza di tale canto, così soffice, all’effetto che ha sul mio corpo, che comincia ad agitarsi in direzione di Alberto, come se venisse risucchiato, pronto a cedere tutto il “male” che ha accumulato; mi viene tirato fuori dalle gambe e dalla pancia, delicatamente, come si opera un bambino con un bisturi e intanto gli si canta una ninna nanna.
Ma la pianta mi fa capire che non userà bisturi con me, che l’operazione sarà delicata, neppure mi fa vedere che tipo di “male”, solo me lo porta via, suavemente; è gentile, e anche se siamo nel profondo, negli abissi dell’anima, sta giocando con me.
Mi tranquillizza pure che non vomiterò, che quello non è il mio canale di escrezione, e che non devo temere né proteggermi mentre gli altri emettono conati provenienti da chissà quale abisso, ma anzi devo sostenerli; me lo insegna in un battibaleno.
Sempre più a mio agio, sempre più serena e coccolata, la Maestra comincia a rispondere ancora più limpidamente alle questioni che, prima razionalmente, e adesso direttamente durante il nostro dialogo, le sottopongo.
Devo continuare con gli studi intrapresi? Faccio bene a fare la psichiatra? Ho scelto la strada giusta? Sto celebrando il mio talento?
Devo dare alla musica più ascolto?
La Maestra, come accarezzandomi, come la più dolce delle Madri, risponde a queste mie domande frammentarie con un messaggio semplice, unitario e potente: tu sei uno spirito della Terra, provieni dalla Terra, hai i capelli scuri come la terra.
Sei un’anima protettrice, del focolare domestico, di chiunque ti stia attorno.
Tu sei abilitata a dare la vita e a proteggerla, e questi sono gli strumenti che hai a disposizione.
Le persone hanno tutte un ancestrale bisogno di essere cullate, di essere rassicurate, tenute al sicuro.
Tu sei investita di tali doti, e non importa come tu decida di praticarle: puoi essere medico e curare con le piante, con le parole e le carezze, puoi essere musicista e cullare coi suoni, con la magia di una melodia, non importa. Puoi fare quello che vuoi, scegli come meglio senti, questa è una tua responsabilità. Non aver paura, ma vai a fondo al tuo richiamo, ascolta la tua voce con estrema attenzione.
Il messaggio è semplice, potente, unificatore: mi sento ancora più avvolta dentro a un utero materno, fecondo, mi sento accettata e celebrata dalla vita, mi sento al centro dell’universo, e che da questo centro posso emanare amore e tendere ponti.
A qualsiasi latitudine, e soprattutto a casa, dove in realtà c’è già tutto; sento forte l’importanza di restare, dopo essere andati, di costruire dove le mie e le nostre radici affondano.
Con la stessa inequivocabile chiarezza, la Pianta mi comunica, rivoltandosi, girandosi di schiena con le sue liane, le sue eliche, che non c’è bisogno che continui a incontrarla, che questo messaggio è prezioso ma che non devo cercarlo ancora, non ce n’è necessità, ha davvero risposto profondamente ai miei dubbi.
Capisco, perchè intanto continuo a vedere, che nella realtà, e ancora di più in dimensioni più sottili, ci muoviamo insieme agli altri lanciandoci segnali, come delfini negli abissi, come uccelli della foresta.
Mi viene mostrata l’importanza di cogliere tali segnali per orientarsi, e l’aspetto ancora più prezioso che è tendere un ponte, lanciare un segnale a chi è disperso, a chi ancora non sa andare, o magari non sa tornare.
Capisco in un lampo le parole del mio mentore, psichiatra, quando mi diceva:
“Lo psichiatra è colui che è capace di creare una mente di coppia, che riesce ad andare dove un altro è intrappolato, a entrare in quella dimensione Altra e, con appropriati segnali, con amore, riesce a ricondurlo a una dimensione più umana, più sana (forse)”
Continuo a vedere e sentire anime, vendo e sento anche quelle dei miei compagni di viaggio, che percepisco sempre vicini accanto a me e intuisco siano al sicuro, nonostante l’esperienza a tratti destabilizzante.
Continua a rinforzare il messaggio del confortare, del cullare; mi mostra chi ho lasciato solo, pur non volendo, chi non ho confortato abbastanza. Mi chiarisce che nessuno va giudicato, che devo muovermi con estremo rispetto nelle vite altrui. Mi viene da chiedere perdono dal profondo. Lo sento nel cuore.
È l’una e mezza, abbiamo bevuto ormai 5 ore fa, tutti sono già a letto ma Alberto è ancora a cantarme e a tabaquearmeporque la chica està todavìa borracha”, dice ai fratelli che lo aspettano per andare a casa, stanchi morti e anche loro carichi di fresche visioni.
Lo tranquillizzo e lo lascio andare a dormire, sono ormai le 2 di notte, sono ancora fuori dal mio letto e le visioni sono ancora vivide.
La foresta parla, ed io ascolto.
Poco a poco cerco l’equilibrio per rialzarmi, lo conquisto, vado in bagno, do un’occhiata alle stelle per orientarmi e poi mi tuffo in un sonno profondo, protetta nella mia zanzariera, e felice nel cuore.
L’indomani Alberto non ci lascia indugiare a letto, ma di buon ora, come pattuito, cominciamo a pestare la liana con un legno apposito, per spremerne il principio attivo, prima di farla cuocere per ben otto ore, nel cuore della selva, insieme alle foglie di Chakruna, che ci racconta sono utili a una visione più limpida.
Ho un mal di testa pulsante, ma passerà dopo due docce, dice Alberto. Così sarà, infatti.
Le altre giornate prendono forma con ritmi estremamente lenti, più che umani; dormiamo tanto e sogniamo senza posa!
Facciamo lunghe e umide passeggiate nella selva, poi giochiamo coi bambini della comunità, occhi nocciola dolcissimi, poi ancora visitiamo il pozzo, il giardino officinale, tiriamo con l’arco. Alberto ci accontenta in ogni nostra curiosità, è un ospite attento, continua ad alimentare in me un grande affetto per un’anima tanto gentile.

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Non avrei potuto desiderare Maestro migliore per il mio primo, e forse ultimo, dialogo con Ayahuasca; un maestro umile, che accompagna, consapevole che la Maestra è la pianta.
La presenza e la dolcezza sono il codice e il portale attraverso il quale posso affrontare e imparare qualsiasi cosa.
Tante altre sensazioni viscerali e impulsi di ricerca mi attraversano a ondate , li sento ancora adesso e ho intenzione di tenere vivo il fuoco, soprattutto una volta tornata al villaggio natio, dove ricomincerà, rinnovata, la semina.
Salutiamo Puerto Maldonado in una giornata quasi fredda, dopo una nottata di veglia, in ascolto delle Presenze che popolano la selva.
Alessandra

 


Ci muoviamo lentamente, poche parole e pensieri di una consistenza semi-onirica. Siamo nella comunità di Boca Pariamanu, nella selva amazzonica, a due ore di peke peke da Puerto Maldonado. Qui entriamo nettamente in una nuova dimensione, per me mai provata fino ad ora. L’ambiente è forte, denso di tantissimi suoni, movimenti, piccoli spostamenti di animali, foglie, insetti e chissà cos’altro. A volte sento o pronuncio qualche parola che mi pare detta con una frequenza e un timbro diverso, come se la nostra esperienza fosse sempre sovrastata da qualcosa d’altro, da una matrice più densa ed incisiva.
Io personalmente ho sentito il piacere ma anche la fatica di essere qui, la spossatezza di mettermi in dialogo con questa natura indomata, soprattutto quando ci siamo addentrati nel pieno della Selva. La sua energia è per me fortissima. É come se stessi vivendo uno stato molto diverso dal solito, in cui le giornate sono scandite da piccole occupazioni ( le interviste e le riprese per il documentario, la visita a qualche luogo nelle vicinanze, al giardino di piante medicinali, ecc..) ma in cui molto tempo è lasciato al libero scorrere, al riposo che si presenta in varie forme e anche in lunghissimi sonni carichi di sogni. La mia dimensione interna è ridimensionata, sembra piccola e sottile, lenta, ma più ricca del solito.
Sento molto la presenza delle piante e delle varie forme di vita che si dispiegano intorno a noi e che nella notte diventano ancora più forti ed intense.
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Qui siamo guidati dal maestro Alberto, uomo piccolo e molto forte al tempo stesso che ci avvicina alla comunità, alle persone che abitano questa terra. Ci mette in diretto contatto con la Selva, sin dal primo giorno con le piante medicinali e in particolar modo con l’ Ayahuasca, la Chakruna, la Palmilla che raccogliamo e cuciniamo insieme.
Il secondo giorno che siamo qui è venerdì (che imparo essere il giorno in cui si presentano gli spiriti) e dopo aver sorseggiato un po’ di latte di avena, verso le 20:00, siamo pronti per la cerimonia con le piante maestre. Con noi ci sono anche i tre fratelli di Alberto e il cugino, in tutto siamo in nove. Stefano, osservatore esterno, raccoglie i suoni dei canti, degli Icaro. Sono confortata dal fatto che siamo in tanti e che tutto non si svolgerà solo tra di noi “stranieri”, mi aspetto che questo possa veicolare presenze più forti e dare all’esperienza toni legati maggiormente al sentire tradizionale.
Questo è accaduto solo in parte e questa prima cerimonia ha significato per me l’allontanarmi da alcuni stereotipi che ho portato dall’Italia. Sono qui per approfondire cosa significa realmente entrare e vivere una dimensione “altra” e per sentire come questa possa avvicinarmi ad alcuni elementi che mi possano essere di sostegno per lavorare anche nel contesto dove opero abitualmente come terapeuta. Da questa prima esperienza sento la necessità d’integrazione con codici che mi sono più famigliari, con qualcosa che possa veicolare e fare da ponte tra quello che ho sempre vissuto nella mia pratica di vita e un mondo che mi pare straniero, se pur così vivido e reale. Il maestro Alberto conduce una cerimonia molto semplice, che ha recuperato dalla sua tradizione, andata persa negli ultimi anni. La sua è una ricerca pura, lineare, che però sento esser un po’ scarsa di alcuni codici che credo per me esser ugualmente importanti. La mia aspettativa era di trovare un contesto più ricco di particolari cerimoniali, di canti, di Icaro, di piccoli gesti e molteplici elementi carichi di significati. Credevo di trovare anche in questa prima cerimonia tutto questo molto più presente e forte, ma ad ora mi fermo nel cogliere quello che è stata questo mio primo contatto che definirei essenziale.
Devo comunque tener presente da dove provengo e quali sono alcune esigenze che mi caratterizzano sia per natura che per formazione. La cornice di significato sulla quale ciò che viene vissuto può essere maggiormente integrato e la protezione dello spazio cerimoniale, credo debbano essere elementi essenziali per decodificare messaggi sui quali poter lavorare a livello più profondo e personale. Nell’essenzialità della cerimonia vissuta nella comunità di Boca Pariamanu, devo ammettere di essermi sentita solo parzialmente protetta nel cogliere ugualmente e in modo molto chiaro il momento in cui sono ora. Mi sono sentita un po’ esposta a forze per me sconosciute e poco guidata nel decodificare codici nuovi. La cerimonia in ogni caso, mi ha comunque fatto vedere chiaramente, se pur sentendo forte un po’ di timore, dove sono ora, in questo momento. La forza e la vividezza con cui mi ha messo davanti a dinamiche per me solo in parte conosciute, è stata disarmante.
Mi fermo qui per ora, con quello che è stato, senza generalizzare ad altro. Mi sento comunque aperta nel continuare questa nostra ricerca ed esplorazione…
Elena

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