La strada è bloccata. Autobus, macchine e camion come relitti di una società dismessa. Le genti salgono il monte, nella notte. Lo stretto sentiero, come un fiume che a ritroso brama un nuovo incontro con la fonte. Le baracchine con mate, caldo e panini accompagnano per un po’ l’ascesa, poi solo sabbia e ciottoli lungo il sentiero.
Nel cordone di pellegrini alcuni gruppi in costume, delegazioni ufficiali di chissà quale recondito affratto sagrado, suonano vari tipi di strumenti fermandosi riverenti ad ognuna delle croci che costellano la via.
In questi momenti “raccogliersi” è quasi d’obbligo, così togliersi i cappelli, diminuire le ciarle e mostrare un po’ di rispetto. Questo non impedisce ad alcune sporadiche figure di avvolgersi in coperte e piumini cercando rifugio dalla stanchezza e dalla notte di fianco a questi umili santuari ed ai ceri dei devoti.
La luce nel cielo inizia a mutare mostrando i neri contorni delle alte montagne. Come lucciole in contemplazione i segni del paesino si dissolvono giù in basso, mentre i polmoni faticano a stillare molecole d’ossigeno da queste alture ormai prossime ai 4000. Ora che il quadro si ravviva con l’imminente venuta del sole il grande serpente umano mostra i suoi mille colori. Ne approfittiamo per fare qualche foto ed alcune riprese per il film che sarà.
Continuiamo così a salire fra le magnetiche figure degli Apu, grandi spiriti delle montagne, mentre compaiono le prime vette innevate. Ci attraversano suoni di tamburi, qena, fisarmoniche, trombe tenuti assieme soprattutto dalla fede.
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Passo dopo passo conquistiamo piccole unità d’altitudine e ossigeno. Stefano, giunto da poche ore dall’Italia, non ha avuto il tempo di acostumbrarse ed inizia ad accusare il colpo.
Il soroche, male d’altura, si insinua inesorabile nel gruppo, prima toccando lieve per poi assumere nelle ore successive contorni quasi da incubo.
Per il momento il mio corpo tiene, rinvigorito da foglie di coca e microdosi omeopatiche di San Pedro la cui polvere, comprata nel mercato di Cusco, mi accompagna disciolta in un termos. Conosco la pianta e so quanto possa sostenere le membra con entusiastico fremito dischiudendo all’infinita sinfonia del creato. Ma la confusione è tanta e le condizioni di Ste peggiorano sensibilmente.
Ormai, ad un paio di chilometri dal tempio, il suo volto è pallido, gli occhi chiusi, la figura allungata a terra in una fragile richiesta di nanoparticelle di ossigeno. Una donna indigena vedendo la scena tira fuori un batuffolo di cotone intriso di alcol etilico e ci consiglia di farglielo sniffare. Stefano apre gli occhi immediatamente alleviato dal mal di testa che sembrava non voler cedere né ai massaggi alle tempie con oli essenziali né alla preghiera muta che ognuno di noi segretamente cova in sé. La situazione è critica e non solo a livello umano. Stefano si rialza ma non è in buone condizioni. Il lavorio di riprese per il film subisce una battuta d’arresto. I primi decisivi segni del soroche toccano anche le ragazze. Decidono di prendersi una pausa un po’ più lunga. Io continuo, sento che è giusto così, chiedendo supporto all’ennesima amara bevuta di Wachuma, nome quechua del San Pedro.
L’effluvio di pellegrini imperversa con musiche, colori e preghiere. Mi unisco, anche se cotanta confusione, seppur preziosa, mi allontana dal sentore del sacro che sto cercando. Un carnevale, devozione intrisa di richieste, lotta per la sopravvivenza, baratto col divino, versione essoterica del mistero essenziale che da sempre mi chiama a sé.

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Il tempio si rivela essere una chiesa. L’atavico pellegrinaggio, come quasi ogni altra narrazione mitica in questi luoghi, ha dovuto fare i conti con il credo dei conquistatori. Adesso i molti cercano la grazia di Gesù più che il contatto con l’Apu, che sembra quasi far da sfondo all’intera vicenda. La lunga fila d’accesso all’edificio predisposto al sacro minaccia di durare interminabili ore, se non giorni. Eppure i fedeli attendono al loro voto.
La lontana solitudine della montagna invoca il mio passo. Vado in cerca di un luogo ameno che ospiti i tre ceri che porto con me e che ho intenzione di donare alla fiamma in quest’ordine: il primo per mia madre e mio padre il cui amore incondizionato mi accompagna dalla nascita; che il secondo sia per Vea ed anche anche per me, per l’unione che con alterne vicende ci protegge da quasi un decennio; il terzo per il mondo, così carico di sofferenze.
Scorgo un promontorio tranquillo, assolato, alle pendici della luminosa maestà di un Apu innevato. Mi siedo in meditazione. Un vento gelido, improvviso, mi coglie alle spalle, sfiora la nuca quasi graffiandomi. Da quel momento anche il mio viaggio si trasforma in una serie infinita di flussi e deflussi di debolezza, negatività ed un sentore di malinconico fallimento pervade le membra. Decido di scendere.
Mi faccio un caldo de gallina da una mamasita che attende ai lavori di un ristorantino di assi di legno e lamiera. Il mio vegetarianesimo è sospeso, raccolgo quanto trovo senza chiedere, ho bisogno di forze. Il sapore della carne, il gesto dei denti che affondano, risvegliano in me sensazioni contrastanti. Inizio a temere che il ricongiungimento con Stefano, Alessandra ed Elena sarà più difficile del previsto, quando quasi per miracolo, nella folla, le vedo spuntare. Manca però Ste. Mi dicono di averlo messo su un cavallo per ultimare la salita ma di lui, per ora, nessuna traccia.
Stanchi, afflitti dalle difficoltà dell’altura, decidiamo di dividerci per cercarlo. Dopo alcuni tentativi vani ipotizziamo che il malessere gli abbia impedito di allontanarsi dal luogo in cui il caro animale lo ha dovuto abbandonare, prima di penetrare nell’ultima tratta. Lì finalmente lo troviamo, ancora frastornato e debole ma sorridente. Sollievo infinito.
Per conciliare tempistiche e desideri ci diamo appuntamento ad un paio di chilometri giù lungo la china, dove un grande cerchio di pietre credo potrà ospitare un momento di intimità lontano dalla sacra ressa e dalle vette più austere.
Nella discesa approfitto per trovare un luogo al riparo dai venti, di fianco al fiume, nel quale attendo al rito del cero in onore dei miei genitori. Cerco di infondere loro la forza per affrontare l’ennesimo grande capitolo di vita congiunta, in questo momento di profondi mutamenti che investono tanto il cosmo quanto noi tutti, piccole grandi creature sperdute in un universo che tentiamo giorno dopo giorno di decifrare. Chiedo l’intercessione dell’anima del monte.
Giunto nel cerchio di pietre non trovo nessuno. Mi tolgo le scarpe e penetro. Trovo un affratto riparato. E’ l’ora del cero per la mia amata, per noi, invocazione di unione profonda e desiderio di prole, intenso e senza compromessi. Il vento filtra negli interstizi fra pietra e pietra minacciando la fiamma, ma sono là a custodire quella minuta meraviglia, consapevole delle ferite che il mio ed il nostro errare ha causato all’incanto del patto sancito nell’Isola.
Degli altri nessuna traccia. Decido di scendere. Le gambe mi cedono, rischio di cadere per ben due volte. Gli oltre 15 chilometri di camminata impervia, il mal di testa, i conati di vomito acuiti dall’incauta spremuta d’arancia che ho bevuto pensando di alleviare i mali. Mi guardo intorno, scrutando le facce dei pellegrini, la polvere, i sassi. Cerco un cavallo che allevi le mie fatiche, invano. Neanche la bellezza dei paesaggi oramai sa dispensare l’ombra di un conforto.
Le piccole casupole finalmente compaiono, non resta che l’ultima tratta. Ritornano le baracche con dolciumi, santini, bevande. Una voce mi chiama: Marco. Insieme al Chino sono giunti in paese, saliranno l’indomani forse scortati dai Qero.
La nostra amicizia è in un momento critico, sento fortemente di dover arginare delle dinamiche che non fanno bene né a me né al gruppo. E’ ora di separarci, troppi grovigli sospesi in una relazione di lunghi anni, condividendo sogni, aspettative e folli imprese spesso rovinosamente giunte sull’orlo della tragedia. Sono stanco. Vedremo al ritorno quanto ci sarà da salvare e quanto da archiviare. Ne soffro ma non può essere altrimenti. Sento il bisogno di silenzi, del fervore delicato del vuoto in seno al quale possa manifestarsi quanto è predisposto per noi e, sopra tutto, devo proteggere quanto ho faticosamente costruito. Mi congedo.
Poco dopo, ormai prossimo all’autobus che spero mi riporterà a Cusco, incontro Ste. Delle ragazze nessuna traccia, probabilmente saranno già sulla via del ritorno.
Giungiamo stremati dopo quattro ore di viaggio nel sonno-veglia interrotto dall’irrequietezza dell’asfalto e dei clacson sovraeccitati dei pellegrini. Né Elena né Alessandra sono ancora arrivate. Torneranno solo a notte fonda, raccontandoci al mattino di un’ennesima rocambolesca avventura per ritrovare gli zaini carichi di alcune delle attrezzature necessarie al film, spediti a valle con cavalli e cavalieri poi misteriosamente scomparsi. Marco ed il Chino compaiono angelicamente a risolvere l’incauto misfatto. Il malessere mina le fondamenta stesse del buon senso ed ogni cosa passa in secondo piano, ma la sottile e premurosa intelligenza che tutto pervade assurdamente ricompone il puzzle.

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La montagna sacra ha impartito la sua dura lezione a ciascuno di noi. Chiedo perdono. È tempo di preparare lo zaino per l’ennesima avventura.
Yuri

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