Il cielo è terso, l’aria giunge pungente e limpida a ristorare i polmoni dalla surrealtà limeǹa. A prenderci in aeroporto il fratello dell’attuale compagno di Nelemy, che veste un’uniforme d’alto fregio nel dipartimento militare di Cusco e che ci sta offrendo ospitalità nel cuore del quartel dell’esercito. All’entrata una grande pick up cavalcata da un tipo apparentemente burbero con tanto di mascella protesa, braccio nerboruto e occhiale da sole. Ci scruta un po’ perplesso, quasi a non voler credere che quell’allegra compagnia debba penetrare il doppio cordone di guardie armate che presiedono la soglia. Infine cede, ci fa entrare sulla jeep che odora ancora di nuovo, con fogli di giornali a terra per non lasciar tracce. Con un semplice gesto si aprono i cancelli e saliamo scortati la china. El hombre si rivela essere molto più affabile del previsto muovendo un certo interesse verso le nostre ricerche. Ci danno una sorta di cottage con doppia camera matrimoniale, a pochi passi dalla villetta super-presidiata del comandante generale della regione. Quasi non riusciamo a trattenere le risa, tanta l’assurdità delle circostanze. Salutato il soldato e chiusa la porta alle spalle ci scambiamo sguardi increduli, resistendo un attimo ancora, fintantoché il rombo della vettura che si allontana ci libera.
Le strade di Cusco sono attraversate da una scarica devozionale per me senza precedenti. Siamo nel mese di celebrazioni che sfocerà nell’Inti Raimi, grande festa solstiziale che affonda le radici nella notte dei tempi. Decine di gruppi con costumi sgargianti si riversano nella Plaza de Armas da ogni angolo dell’antico incanato. Tutte le scuole di Cusco e dintorni lavorano duramente per l’intero anno riverendo attraverso danze e musiche multicolore la pluripotenza del Dio Sole e dell’antica capitale che, come una macchina energetica, in questo periodo si accende. Si dice che un tempo l’architettura di Cusco fosse tale che nel momentum sacro della rinascita dell’astro solare varie figure d’animali totemici e spiriti tutelari si proiettassero per un complicatissimo gioco di luci ed ombre sulle grandi e misteriose pietre della cittadella. L’ignoranza e la barbarie dei conquistadores rovinò tutto, qui come in molte altre parti del mondo.
A distanza di 5 anni ritrovo Abel, persona dall’animo nobile e sapiente tatuatore al quale affidai la schiena per incidervi il mio destino e con il quale continuerò a breve affinché il mio corpo si presenti sempre più simile ad una maschera antica. Parliamo di Maestro Antonio, che per suo tramite mi iniziò all’Ayahuasca. I dubbi che mi assalirono al ritorno, i lunghi anni di pratiche e studi per comprendere quanto accadde, attraverso me, quali energie si impossessarono del mio corpo inducendo una tale metamorfosi da mettere in dubbio le categorie che credevo di aver fortemente strutturato negli anni di studi universitari. La Pianta Sacra lacerò quel velo d’arabeschi e lacrime, dissipò le mie paure facendomi sentire nelle membra divenute forti oltre ogni limite la crudele litania del custode del tempio, pronto ad assaporare il sangue affinché l’antico ciclo possa rinnovarsi, spirale dopo spirale. Nelle parole di Abel ritrovo il senso di questo viaggio, la necessità di un nuovo incontro, il ritorno a quello specchio che sollevò, nei mesi successivi, così tanti dubbi, e che a distanza di un anno tornò ad irrompere nella mia vita distruggendo tutto quanto avessi costruito, l’amore e gli affetti più cari. Una sorta d’estasi tragica che non riuscii ad arginare e che ancora solleva le sue spine.
Marco ci introduce ad un’altra meravigliosa anima, il Chino Roger, così chiamato per la sua fisionomia nipponica ricevuta in dono dai suoi genitori. E’ un disegnatore incredibile. Il suo primo libro mostra pagina dopo pagina assurde mutazioni di prospettive e forme nelle quali si mostrano in gioiosa sfilata tutta una serie di geometrie sacre ed altri stimoli visivi che ci lasciano tutti a bocca aperta. Ognuno di noi, con gli occhi ancora luccicanti, compra una copia del libro e si interessa al secondo sul quale sta attualmente lavorando. E’ uno dei rari artisti che ho incontrato fin’ora che coltiva senza compromessi le sue aspirazioni. Sta frequentando da oltre un anno i Qero, depositari della cultura Inca che all’arrivo degli Spagnoli si costruirono una bolla d’invisibilità nella quale rimnasero per circa cinque secoli, fino a tornare al mondo dopo la seconda guerra mondiale, quando sentirono che era giunto il momento di tornare a parlare agli altri esseri umani. La loro è una visione fortemente ancorata alla saggezza del cosmo, ai cicli delle stagioni astrali, alla precisissima mantica che da queste sgorga. Gli interessi del Chino si sono fissati sull’arte tessile con la quale traducono questa saggezza in colorati costumi e cappelli che il lavorio quotidiano incide nella materia, come mappa e monito, come pilastri divini che sorreggono tanto le viscere quanto il tetto del mondo. Il suo secondo libro è ispirato a questi, e non si darà pace fino a quando non ne sarà all’altezza.
Un paio di giorni dopo il nostro arrivo nella capitale Inca giunge il momento di accogliere nel gruppo l’auspicata venuta di Stefano, amico e cineasta che si occuperà di fare le riprese del viaggio che forniranno il supporto alle ricerche scientifiche (vedi Hyperspectral Imaging) ed al film che da questo viaggio vorremmo creare.
Una mezza giornata soltanto per ambientarsi a quota 3400 e via, nel pieno della notte, con un autobus traballante. Dormo per una buona parte del viaggio. Mi sveglia un camion che sfreccia di fianco a noi con uomini mascherati che da sopra il tetto suonano tamburi e qena, tipico flauto andino. Siamo quasi giunti ai piedi della grande montagna che ospiterà la peregrination de Qoyllurrit’y. L’autobus ci scarica a Mahuayari, ultimo avamposto prima dell’ascesa. Qua una miriade di baracchine improvvisate per l’occasione offrono ogni sorta di ristoro: dall’onnipresente caldo de gallina al mate di foglie di coca, passando per i soliti piccoli panini con queso, palta o huevo. Ristorati, visitiamo uno dopo l’altro la piccola cappella incredibilmente illuminata da centinaia di candele, segno tangibile della fede che satura questo evento. Piccolo prezioso riparo dal freddo della notte che per lunghe ore non ci abbandonerà. Mi chino, con un sol compro una candela che aggiungo, sottovoce, alle molte preghiere già levate da quanti, prima di me, hanno intrapreso il cammino.
Yuri

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