Il tempo di posare le membra, raccogliersi, tornare a nutrirsi delle primizie della terra, così presenti e preziose in questa parte di mondo. El desayuno, primo impulso del mattino a base di succhi che esprimono il potere dei frutti frammisti a farine, miele, uovo, polpa di aloe vera e chissà quale altra magica pozione. Piccoli panini con queso, huevo o palta (formaggio, frittata o avocado), una bevanda calda con quinoa e maca (frumento riquisimo).
Ci sistemiamo in Barranco, quartiere bohèmio che ha visto i volti degli artisti più noti del Paese. Brulica di colori, sguardi che penetrano con semplicità e dolcezza, l’odore e la voce dell’oceano che giungono salendo il pendio d’argilla e roccia e cullando il nostro sonno. Molti locali lanciati a carpire i desideri nascosti dei turisti, angoli più tranquilli e nascosti. Il mercato. Indescrivibile. Gli odori formano arabeschi sopra le nostre teste, si contendono forti le nostre narici. Provo un dolore allo stomaco nel vedere le decine di carcasse animali ammassate, mi rincuoro nei reparti adibiti alla miriade di rimedi naturali che si offrono in tisane, pasticche, piante, radici, balsami e preghiere.

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Dall’ostello portiamo avanti un lavorio quotidiano per dare respiro al nostro Wiracocha. Stiamo organizzando un laboratorio di Teatro Rituale ed uno spettacolo qua a Lima per i giorni che precederanno la despedida, a metà luglio. Nel frattempo intratteniamo contatti con Italia e Europa, alimentiamo connessioni e risonanze che dipingono attraverso di noi un quadro che già mostra segnali di un leggiadro destino che vuole incarnarsi.
Bellissimo l’incontro con Lorenzo. Ero intento a scrivere i miei diari di viaggio nel giardinetto dell’ostello quando di fianco a me si siede una gringa che con tono fastidioso inizia a parlare a vanvera di varie cose, fra le quali le Piante Maestro. Decido di spostarmi in un angolino al riparo da queste influenze, su un tavolino dispongo le mie cose, fra le quali un volantino del progetto con il volto di Wiracocha. Colpito dal particolare un bel ragazzo alto e dagli occhi sinceri sosta un attimo davanti a me ed inizia a parlarmi. Brividi. Sta seguendo da anni il cammino di Wiracocha attraverso il Perù e non solo. Cerca tracce, connessioni, luoghi di magia. Parliamo per una buona ora e da quel momento le giornate si punteggiano di numerosi e fertili incontri. Anche lui salirà a Qoy’Llur’Rity, sentiamo che i nostri passi saranno vicini per una parte del viaggio. Anche Elena e Alessandra lo incontrano e condividono una pratica di capoeira in un piccolo parco vista oceano, mentre un Colibrì, simbolo antico di guerrieri e compagno inseparabile di Wiracocha, compare nel cespuglio fiorito dinanzi a noi riempiendoci di gioia.
I pomeriggi trascorrono semi-onirici nel centro di terapie alternative di Dona Jesus, bis-cugina di Marco. Ci sottoponiamo a vari trattamenti che ristorano corpo ed anima.
Il lavaggio del colon è la porta d’accesso. Inutile dire che un minimo di imbarazzo accompagna la pratica. Circa 20 litri di acqua e caffè vengono messi in circolo nell’intestino con un tubicino di plastica intromesso per via anale da una signorina gentile che attende alle evacuazioni.
Ben acostumbrada al suo lavoro muove verso conversazioni interessanti, cercando di distrarre dal momentum critico in cui le viscere si gonfiano e sgonfiano con una sinfonia che evito di descrivere. Ristorati, rallentati, con i volti distesi e lievi tracce delle scorie che stiamo smaltendo, come mezzelune sotto gli occhi, ci offriamo alle mani sapienti di 4-5 donne meravigliose, orchestrate da dona Jesus, conosciuta anche come Miriam o Pirucha.
Al lavaggio del colon segue una limpieza ionica, con i piedi immersi nell’acqua e due dita della mano destra che stringono un conduttore metallico in un circuito chiuso che lentamente colora il liquido di sfumature cromatiche verdi, marroni e nere. Avvolgono i piedi quasi nascondendoli alla vista. A seconda del colore che lentamente assume il liquido le curatrici comprendono quale organo o serie di organi siano maggiormente squilibrati.

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Giunge il turno della magnetoterapia, preceduta da un’anamnesi molto particolare. Dona Carmela, profonda dolcezza materna, siede tenendo fra le mani le caviglie ed irrorando il corpo di una serie infinita di domande la cui risposta è data dalla qualità del riflesso che i nostri piedi producono mentre li sbatte lievemente uno contro l’altro. La risposta nervosa suggella i quesiti e fornisce risposte attraverso le quali si individuano vari tipi di scompensi energetici. Dalle risposte la señora comprende dove posizionare i magneti. Il campo che questi generano e che avvolge i nostri corpi è come un dolce scivolo verso il sonno profondo, dal quale siamo richiamati dopo un’oretta circa per passare alla pratica seguente.
Adesso è tempo di togliere le scarpe e cedere la mappa delle 7200 connessioni nervose che popolano le piante dei nostri piedi alle dita forti e sapienti che nodo dopo nodo, guaito, sudore e lamento ristabiliscono l’equilibro in tutto l’organismo. Anni fa non avrei mai creduto che questo potesse essere possibile. Ed invece si. Tutto è davvero connesso, ed in questa magica trama vi sono portali, crocevia, linee energetiche, tutta una mappatura finissima alla quale è possibile accedere per dare una sistematina al nostro circuito complesso in cui micro e macro, visibile ed invisibile giocano un’eterna partita per beneficiare del brivido che la sola bellezza sa offrire, la vicinanza al sacro, matrice d’ogni sospiro ed abbraccio. La chiusura del ciclo non poteva essere migliore. La señora Aleida, un folletto non più alto di 150 cm, con una luce ed un sorriso intrisi di magica serotonina, che con le sue mani smuove gli universi pranici. La voce bisbiglia incessantemente mantra-preghiera che incidono la corazza, filtrano e muovono verso una lacrima calda. Quanto amore stiamo incontrando. Piccole e grandi benedizioni quotidiane. Questo è già parte del dono.
L’incanto viene messo alla prova dal traffico di Lima. E’ al di là di ogni ipotesi catastrofista. Impieghiamo ore per percorrere qualche chilometro. L’abuso del potere, che per riempire di materia greve le proprie tasche non tarda ad uccidere, saccheggiare e mettere in ginocchio il traffico di una città rubando milioni di dollari d’appalti pubblici lasciando le strade sventrate ed i cieli inquinati.
Riusciamo comunque a giungere a nord della città, dove il Mito, un caro amico di Marco, ci schiude i portali della dimora di campagna della sua famiglia e ci offre in dono alcune poderose braccia di un San Pedro vecchio di almeno 30 anni. Facciamo una preghiera, suono alcune arie con lo tzouras mentre la mano del Loco con tanto di cuchillo recide il verde intenso mescalinico del grande cactus.

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Al rientro Nelemy, nipote di Marco, ci invita a cena dispensandoci tanti preziosi consigli circa l’ascesa imminente a Qoy’Llur’Rity. Stanchissimi, provati, cediamo ad un lungo riposo.
Al mattino solito rituale di sapori orgiastici e via verso l’aeroporto. Lima svanisce sotto di noi e subito le alte vette innevate, le sagome antropomorfe degli Apu ed una promessa che ci attende: Cusco.
 Yuri

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